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Magda Negri

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QUALE PARTITO, QUALE PROGETTO PER I DEMOCRATICI MILANESI -
Milano 10 dicembre 2007

Intervento presentato all'Incontro promosso da: Alex-Etxea-la casa di Alex, DemoCatt Milano, LibertàEguale Milano e Lombardia, Marcona 101, PopolArea

Ho accettato l’invito ad introdurre questo nostro incontro –l’obiettivo è arduo: “quale partito, quale progetto per i democratici milanesi”- proprio perché le mie idee in proposito sono piuttosto confuse, come immagino siano quelle di molti di voi. Mi è solo chiaro: (a) perché le mie idee sono confuse e (b) di che cosa avrei bisogno affinché mi si chiarissero. Queste due “chiarezze” sono un po’ poco per organizzare un’introduzione utile ad innescare il dibattito, ma forse possono bastare.

Al di là della mia antica passione per il Pd, credo anche di sapere perché mi è stato rivolto l’invito: i miei amici sanno benissimo che io non intendo assolvere alcun ruolo di politica attiva, in alcun modo partecipare alle difficili scelte che deve compiere il nostro coordinatore provinciale e ai conflitti che si stanno scatenando su come influire su tali scelte, prendere parte per gli uni o per gli altri. Questo stesso incontro si situa all’interno di questa logica, del tutto legittima, ma vi dico subito che non ho alcuna intenzione di sottostarvi e imposterò la mia introduzione in modo del tutto generale e universalistico. (leggi tutto)

 

 

Perché siamo confusi. La ragione di fondo sta nel fatto che l’elezione dei segretari nazionale e regionale e dei delegati alle due assemblee costituenti non è avvenuta su piattaforme politiche chiare. Negli stessi casi in cui c’era una sola lista per ogni candidato segretario, com’è stato per Rosy Bindi e Enrico Letta; e anche quando i candidati segretari hanno proposto una piattaforma personale chiara e ben articolata, e ciò è avvenuto soprattutto nel caso di Letta, non sempre i delegati che si sono raccolti sotto le loro bandiere l’hanno fatto perché sposavano appieno la piattaforma del candidato segretario. A maggior ragione ciò è avvenuto nel caso di Veltroni, cui spettava il compito inevitabile di trasportare in grosso delle nomenclature Ds e Dl all’interno del Pd. Veltroni ha personalmente espresso, in tutti i suoi interventi a cominciare dal Lingotto, una piattaforma politica chiara, liberalsocialista, e molto simile a quella di Letta. Ma nel suo caso c’erano più liste a sostenerlo e per alcune è alquanto dubbio se i delegati sposassero la sua linea: nel caso della “sinistra per Veltroni”, che da noi non si è presentata, sicuramente no.  E nel caso delle due liste che si sono presentate è anche dubbio che esse fossero internamente omogenee, che la lista 1 fosse prevalentemente composta da delegati più liberal e veltronian-rutelliani, diciamo così, e la lista 2 da delegati più vicini alla linea tradizionale, più socialdemocratici e filosindacali. Un poco, ma solo un poco, questa differenza c’è stata in Lombardia. Ma non così in altre regioni e anche in Lombardia le eccezioni, motivate dalle ragioni più diverse, sono state molto numerose.
Proprio per evitare questa confusione –quella di liste incoerenti e prive di un programma politico chiaro- lo statuto in corso d’opera cerca di regolare accuratamente la presentazione delle candidature e delle liste nei prossimi congressi. Questi si svolgeranno ancora secondo il metodo del 14 ottobre, con un elettorato attivo esteso a tutti i simpatizzanti e non solo agli “aderenti”, come si chiameranno d’ora in poi i vecchi “iscritti” o “membri” del partito. Ma ci saranno candidature accompagnate da un programma, una sola lista di delegati per ogni candidato e i criteri della sua formazione saranno resi espliciti, una convenzione nazionale in cui i candidati confrontano i propri programmi prima di scontrarsi nei gazebo.
Così non è avvenuto in questo primo tentativo e da qui nasce la confusione in cui ci troviamo. Una confusione che però, in parte, ha avuto un effetto positivo: quello di sparigliare vecchie aggregazioni interne ai partiti e soprattutto di rendere porosi i confini tra di essi. In Italia ci sono ancora grossi residui delle vecchie identità partitiche, specie in regioni con insediamenti molto radicati: nel bene e nel male, non è il caso della nostra, dove il processo di osmosi è bene avviato, in parte proprio per la debolezza degli insediamenti dei due partiti costituenti. Come non mi stanco mai di ripetere, questa è una condizione necessaria per la formazione di un nuovo partito: che le sue correnti non siano la fotocopia delle vecchie identità partitiche ma siano il frutto di una loro miscela in relazione ai nuovi problemi che il partito deve affrontare. Si tratta di una condizione necessaria, non certo di una condizione sufficiente.
Un vero partito, anche se composto da sensibilità diverse, non può limitarsi a mischiare vecchie culture: il risultato sarebbe un cocktail imbevibile. Deve avere una cultura propria, un soffio vitale, un messaggio chiaro da lanciare al paese, una linea comune che si forma nel fuoco della discussione democratica. Il compito è nazionale, ovviamente, ma Milano –di cui continuiamo a vantare il primato ed è certamente il pezzo d’Italia più esposto alla modernità e all’innovazione- deve avere un ruolo centrale nell’esprimere quella cultura, nell’alimentare quel soffio, nel lanciare quel messaggio, nell’identificare quella linea.

Il meno che si possa dire è che siamo molto indietro. C’è stata miscela di persone e culture, ma faccio fatica a identificare proposte chiare nei gruppi che si sono formati dopo le primarie e che si stanno agitando per conquistare la leadership del partito milanese. La storia di come si è arrivati all’elezione di Giovanni Bianchi la conoscete tutti, e ancora dobbiamo ringraziarlo della sua disponibilità ad assumersi un ruolo che non si preannuncia molto gratificante. Adesso vari gruppi –ne ho contati quasi una dozzina- lo stanno tirando per la giacchetta per avere un ruolo preminente nella composizione dell’esecutivo. Con quali motivazioni gli tirano la giacchetta? Su quali basi programmatiche questi gruppi si aggregano allo scopo di conquistare una posizione maggioritaria da spendere nella prossima riconvocazione dell’Assemblea? Forse sulla base di motivazioni politiche e ideali ben definite, di un progetto per il nuovo partito? Non voglio arrivare alla conclusione che manchino del tutto motivazioni politiche e ideali: ci sono e stanno nella storia delle persone, anche se per molte si tratta di una storia con numerose svolte. E poi alleanze tra diversi, motivate da pure ragioni tattiche, sono  comuni in politica: non siamo forse, tutti noi, ammiratori del grande “florentin”, di  Francois Mitterrand, e del modo con cui riuscì a costruire il Ps? Olet, come diceva Vespasiano? Ma in quel caso avevamo un grande leader, che un disegno aveva ben chiaro e ad esso assoggettava le più inverosimili acrobazie. In questa nostra agitazione un disegno faccio fatica a vederlo: se ci fosse, nelle pieghe di una dura e machiavellica lotta per i “posti”, dovrebbero affiorare dei messaggi, delle possibili risposte ai grandi problemi politici che il nostro partito dovrà affrontare. Si vedono invece scontri tra “noi” e “loro”, senza che sia ben chiaro perché noi siamo noi e loro sono loro.
Questa, lo spero, è una situazione provvisoria, frutto della scarsa chiarezza con cui ci si è aggregati in liste il 14 ottobre e della mancanza di regole in cui ci troviamo oggi. Ma se vogliamo diventare un partito vero, le correnti –i gruppi, le aggregazioni, le anime, le sensibilità,…chiamatele come volete- devono formarsi sulla base di chiare discriminanti programmatiche e culturali, se ci sono. Inevitabilmente queste discriminanti saranno nazionali e nazionali saranno i leader che le rappresenteranno. Ma credo anche che temi e leader locali –milanesi e lombardi- debbano contribuire sia alla definizione della linea nazionale del partito, sia alla sua specificazione nella nostra città e nella nostra regione, se è vero che da queste deve partire una ventata di innovazione, per il partito e per il Paese. Vorrei allora elencare alcuni grandi temi sui quali dovrà costruirsi l’identità del nostro partito e il messaggio che esso trasmetterà agli elettori. Li elenco soltanto, perché ne ho trattato –sempre in breve, ma quanto basta- nei due manifesti raccolti nel libretto Feltrinelli (Il partito democratico per la rivoluzione liberale) che ho appena pubblicato. E distinguo questi temi in tre gruppi, avvertendo che i confini tra i gruppi sono relativi e instabili: letto in modo diverso, un tema che ho collocato in un gruppo può benissimo essere collocato in un altro.

(a) Nel primo gruppo colloco quei temi di inquadramento istituzionale che di solito non presentiamo ai cittadini come temi identitari (“chi siamo noi, i democratici”) e invece interessano molto, e giustamente, ai politici: riforme elettorali, costituzionali, amministrative. Tra questi, in particolare, dobbiamo discutere a fondo sul tema del c.d. federalismo, sia nel partito, sia come proposta per il Paese, il che ci porta anche a prendere posizione sulla “questione meridionale”. (Per inciso: questo illustra il relativismo dei nostri gruppi tematici di cui dicevamo prima: per la Lega il federalismo/secessione è un tema identitario, ma non credo possa esserlo per noi). Sul federalismo e sulla riforma elettorale ci possono essere dissensi: sul primo basti ricordare le posizioni molto forti assunte da Cacciari e altri sindaci e amministratori alcuni mesi or sono, anche se mi sembrano oggi un po’ ammorbidite. Sul secondo –la riforma elettorale- sicuramente non c’è identità di vedute sulle proposte di Veltroni. Basta così, essendo tutti dei buoni intenditori. Naturalmente il discorso si farebbe ancor più lungo se vi aggiungessimo le questioni coinvolte dalla riforma costituzionale: difesa a oltranza del testo sacro del ‘48, disponibilità a modifiche e quali, eccetera.
(b) Il secondo gruppo riunisce i temi che contribuiscono a definire il profilo che vogliamo comunicare agli elettori, quello di un moderno partito di centrosinistra, che si distingue nettamente sia dalla destra (anche da quella più ragionevole e moderata), sia dalla sinistra tradizional-conservatrice (perché Mussi o Bertinotti non sono né radicali, né estremisti): è questa l’operazione di sostanza e di immagine che riuscì meravigliosamente a Blair nel 1996/97. Qui sta il messaggio su meriti/bisogni, su diritti/doveri, sulla legalità, sull’efficienza della pubblica amministrazione, sulla sicurezza per i cittadini e insieme sull’apertura controllata all’immigrazione; il messaggio sulla priorità della scuola, dell’università, della ricerca; il messaggio sul lavoro e contro la precarietà; il messaggio sul welfare; il messaggio su pubblico e privato. Non menziono neppure temi di politica estera e comunitaria, perché su questi l’accordo è molto forte tra noi. Sui temi che ho appena menzionato le basi di un accordo o di componibile conflitto tra diverse sensibilità sono solide, anche se contrasti restano tra chi è più sensibile a “bisogni e diritti” e chi tiene in maggior conto “meriti e doveri”, tra chi è più liberale e chi è più socialdemocratico, tra chi fa maggiore o minore fatica a criticare il sindacato, anche quando assume posizioni criticabili dal punto di vista universalistico (com’è avvenuto, a mio avviso, nella vicenda delle pensioni o del pubblico impiego). Non ho ora il modo di sviluppare queste annotazioni telegrafiche e devo rinviare al mio libretto.
Qui vorrei solo segnalare, tra i temi identitari più importanti e spinosi per il nostro partito –proprio perché il grosso dei suoi quadri attuali più anziani proviene dalle culture democristiane e comuniste- il tema della laicità. Io sono convinto che una sintesi equilibrata e limpida sia perfettamente a portata di mano, se evitiamo di impugnare laicismo e integralismo come randelli: sta nel bel libro su Martini “politico” (S.Paolo) del nostro coordinatore provinciale, se partiamo dal lato dei cattolici. E sta nelle meravigliose pagine di Michael Walzer, Politica e passioni, Feltrinelli, se partiamo dal lato dei non cattolici. E poi, nello specifico, si è fatto molto lavoro da parte sia dei laici più sensibili alle motivazioni religiose, sia dei cattolici democratici: non partiamo da zero. Attenzione continua, rispetto e fermezza. E soprattutto non cominciamo mai dalle filosofie e dai dogmi! Prendiamo sempre spunto da una discussione dei problemi, i problemi della vita, della famiglia, della sessualità, della morte, così come sono sperimentati e risolti, con gioia e dolore, da chi li vive.
(c) Il terzo e ultimo gruppo di temi riguarda questioni regionali e locali di buona amministrazione. Sui grandi problemi della logistica regionale, sull’area metropolitana, su urbanistica e trasporti nella nostra città, io faccio molta fatica a derivare dai principi primi della destra e della sinistra suggerimenti concreti su come trovare buone soluzioni. Qui molto, quasi tutto, dipende dal grado di studio e approfondimento, dai tecnici ai quali ci affidiamo, dal nostro radicamento nella società, dagli interessi con i quali siamo in contatto. Si tratta di questioni che incidono sulla vita quotidiana, che appassionano i cittadini, sulle quali gli scontri tra interessi sono feroci, dove la corruzione e l’inquinamento sono dietro l’angolo, tutte molto importanti per lo sviluppo della città e della regione: dunque questioni politiche di grandissimo peso. Ma non questioni ideologico-identitarie: il più delle volte, chi difende una certa scelta (del percorso di ì¥Á M     ð ¿               –A  
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 tendere che i gruppi di politici di professione e di militanti che tirano Giovanni Bianchi per la giacchetta, che legittimamente cercano di acquistare posizioni di rilievo nell’esecutivo provinciale, lo facciano dichiarando i loro orientamenti sulle questioni che ho sommariamente indicato? Che il “noi” e i “loro” siano identificati politicamente e non solo come bande rivali? Con quale visione e programma queste bande cercheranno voti nell’assemblea, se si arriverà a una conta? E se una conta si riuscirà ad evitarla, a me piacerebbe che il coordinatore –presentando l’esecutivo all’assemblea- insieme ad esso presenti un manifesto politico che tocchi tutti i punti principali che ho indicato prima, e attraverso il manifesto lanci un messaggio all’elettorato: il Partito democratico milanese è questa cosa qui, e non altra. E naturalmente l’esecutivo così presentato, frutto di inevitabili compromessi tra esperienze e sensibilità diverse, si deve impegnare a qualcosa di più che una “leale collaborazione” con il coordinatore e il suo programma. Si deve impegnare ad un appoggio entusiastico, perché il compito di costruire un partito riformista nelle nostre lande è un compito difficilissimo.
Solo in questo modo, a me sembra, riusciremo a costruire un partito il cui profilo appaia nitido agli elettori, diverso dal centrodestra e dalla sinistra tradizional-conservatrice, e soprattutto portatore di un messaggio di innovazione, di fiducia, di speranza. E solo se avremo costruito questo partito, e se questo sarà un partito forte, orgoglioso e sicuro di sé, potremo giustamente pretendere di avere mano libera nelle alleanze. La spregiudicatezza, le mani libere, le possono usare con successo i forti: solo allora sono manifestazioni di egemonia. Se il partito è debole e incerto, se il suo profilo non è chiaro agli elettori, le mani libere servono solo a chiedere l’elemosina, testimoniano la subordinazione ad un progetto altrui.

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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