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Magda Negri

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Col permesso di Massimo Negarville, presidente di LibertàEguale, pubblico volentieri un suo contributo sui problemi del Partito, indirizzato a tutti i partecipanti di tutte le mozioni congressuali. Spero ci aiuti a fare passi avanti.

Congresso PD 2017

La questione centrale è il partito

Mentre è in corso il confronto tra gli iscritti sulle mozioni dei tre candidati alla segreteria, sarebbe necessario focalizzare l’attenzione di tutti noi (indipendentemente dal voto alle mozioni) sul partito, sulla sua organizzazione (dalla formazione e composizione dei gruppi dirigenti nazionali e locali) e sul suo funzionamento.

Siamo di fronte ad una crisi istituzionale e politica del paese su cui due questioni pesano in modo particolare e chiedono di essere affrontate (non solo, ma soprattutto dagli iscritti al PD nel corso di un congresso) : 
1. la deriva del Partito Democratico; 
2. la frammentazione e debolezza della intera sinistra nel nostro paese. 
Non sono fenomeni nuovi, ma il referendum li ha resi eclatanti. Se non vi si pone rimedio, forze di destra, conservatrici o autoritarie, troveranno il modo di rispondere alla domanda di un paese in ansia e occuperanno presto lo spazio politico che si è aperto. 

Per affrontare le due questioni non esistono strategie salvifiche, anche perché crisi della forma partito e smarrimento della sinistra sono fenomeni diffusi in tutto il mondo. Senza un'organizzazione politica che abbia cento ponti con la società e senza un rinnovato pensiero di sinistra capace di proporre analisi e concrete proposte di merito, ma soprattutto emozioni convincenti e unificanti non andremo lontano. 

Si può fare qualcosa?

La brutalità del confronto interno, i toni di reciproca disistima, i giochi di tregua/trattativa/scontro che agitano gruppi e correnti sui territori (ormai più filiere di potere che luoghi di elaborazione e di proposta), le meschinità che segnano la vita del partito, possono indurre a credere che la deriva del Pd è ormai consumata e che tutto si riduca allo scontro fra tre persone che si contendono il controllo di uno dei più grandi partiti d'Europa. Questo scontro esiste ed è connaturato ad un partito democratico. La questione non è lo scontro, ma perché questa naturale e necessaria competizione interna all'organizzazione non riesca a generare un bene collettivo. 

Messe le cose in questi termini, la questione si sposta dallo scontro fra personalità alle "regole del gioco", formali e informali, con cui questo scontro avviene. Come in ogni organizzazione, la deriva si può arrestare solo se quelle regole vengono cambiate.

Il partito degli iscritti

Andiamo nei circoli, ascoltiamo la presentazione delle mozioni, qualcuno interviene, i più attendono (e spesso arrivano quando è) il momento di votare. Poi si aspetta la fine di aprile per le “grandi e decisive primarie”, ciascuno impegnato a trovare voti per il proprio candidato e intanto si predispongono le forze (alleanze e scambi tra notabili e le loro cordate) in vista della elezione dei gruppi dirigenti locali prevista per l’autunno 2017. 
Vi pare un andazzo che può frenare la nostra deriva? 

Forse il partito degli iscritti dovrebbe essere qualcosa di più e di diverso. Costruire, mentre diciamo la nostra e ci schieriamo per una mozione, una discussione vera senza distinzioni di appartenenza ad esempio 
• sulla sconfitta alle Comunali del 2016 , con quale analisi sociale della città ci presentiamo, su quali priorità politiche e sociali vogliamo rilanciare il PD a Torino, a quale comunicazione pubblica pensiamo … 
Il tema del partito degli iscritti è lanciare la competizione all'interno di una "agenda essenziale di riferimento" in modo da impedire che le primarie – strumento essenziale da preservare e valorizzare – si trasformino nel nostro territorio in uno scontro fra persone e le loro filiere, al di fuori di ogni condivisa visione del partito.

Regole

Ma trovare il bandolo di un vero confronto e di una buona discussione tra noi non basta, ci sono regole da cambiare. La più eclatante regola del gioco che non funziona è la dimensione elefantiaca degli organi dirigenti del PD tanto nazionali che locali.

A cominciare - oltre 120 persone - dalla Direzione Nazionale, l'organo statutario a cui è affidato l'"indirizzo politico" del partito (nell'ambito della "piattaforma approvata al momento dell'elezione" del Segretario nazionale, che la "esprime"). E a seguire l’assemblea nazionale con 1000 persone. Per non parlare delle dimensioni degli organismi di direzione locali 
Non esiste organizzazione al mondo che possa, al centro come in periferia, essere diretta, sopravvivere e svilupparsi con queste dimensioni. Viene il fondato sospetto che questi non siano organi dirigenti dove si discute e si decide una linea politica, ma tribune oratorio o premi di fedeltà. Non verrebbe mai in testa a nessuna impresa, nessuna fondazione, nessuna amministrazione di affidare le proprie scelte strategiche a un organo la cui dimensione impedisce quel sano conflitto fra posizioni diverse che solo può generare verifica, cambiamenti e soprattutto nuove posizioni. 

Ma come - qualcuno penserà - il partito ha doveri democratici i e li assolve proprio allargando il concerto delle voci e magari andando in "streaming"! In realtà è vero esattamente il contrario: proprio per via dei doveri rafforzati di un partito, quelle soluzioni sono dannose, fino a divenire anti-democratiche. 
• La ridondanza dei partecipanti impedisce il confronto fra posizioni, costringe all'argomentazione semplificata (e quindi sorda) di tesi precostituite, blocca la ricerca laboriosa di una posizione innovativa. 
• La pubblica trasmissione del confronto, poi, incentiva ancor più ognuno a investire solo nella verosimiglianza esterna del proprio parlare: mai mostrare indecisione, incertezza o peggio cambiare idea di fronte all'uditorio che ti guarda!

Il Pd, come ogni grande organizzazione, è piena di personalità che vorrebbero prevalere l'una sull'altra. Questa è un'opportunità, non un problema. Diventa un problema quando a quelle personalità non è data la possibilità di provare a far cambiare idea agli altri... o di cambiarla esse stesse. . 
“Quando una Direzione di 15 componenti - tanti ne servono - avrà sviscerato un tema e assunto una decisione, questa decisione andrà motivata all'esterno, dando conto dei rischi - che il confronto ha messo in luce - e delle necessarie attenzioni e contromisure. Chi sente di non aver convinto gli altri in una battaglia, sa di potersi rifare alla prossima, ma intanto dovrà impegnarsi nella linea che ha prevalso, spiegandola con passione alle parti sociali di cui è referente.” (Fabrizio Barca)

La manutenzione straordinaria del Pd va sottratta alla competizione per la guida del partito, per evitare che chi vince disegni le regole a propria misura o magari si illuda che per salvare il Pd basta un giro di ricambio del suo gruppo dirigente. 

Massimo Negarville 
Torino 24 marzo 2017

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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