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Magda Negri

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Mercoledì 19 settembre

Senato. h 20,30... riunione del gruppo dell'Ulivo Pd (ormai senza i senatori diniani "Dini D'Amico Scalera") e i nuovi ribelli dell'Unione democratica. Domani c'è lo show down sulle mozioni Rai . Finocchiaro e Zanda ci dicono di aver raggiunto un buon accordo con Udeur e Rifondazione. L'Ulivo ha aggiunto la firma di Finocchiaro e Zanda a una mozione sostanzialmente scritta da Sd e Rifondazione... ma tant'è se funziona..

"Cosa c'è scritto nella mozione?"
"Non so, non è pubblicata"
"Si può vederla?"
"No, la leggono in parte"
"Ma non parla di Petroni, non dichiara la fiducia al Governo per la necessaria sostituzione e la nomia di Fabiani, che permetterà al Cda di funzionare...fino al termine di maggio 2008"
"Ma che mozione è?"
"Di fatto è una critica  all'attuale Cda Rai. Si chiede di congelare tutte le nomine... E' una mozione di sfiducia a Petruccioli, non a Petroni e al Polo"
Il povero senatore "peone" non capisce più niente.
Interviene Enrico Morando e chiedo se abbiamo valutato l'infarto politico della carta dimissioni del cda Rai e del suo presidente  in vigenza della Gasparri . Aspettando il voto della Riforma Gentiloni che la mozione non cita e non apprezza c'è pronto un piano di nuova spartizione partitocratica alla Rai. lìLa presidenza a Landolfi (An), i consiglieri dimissionari sostituiti da nuovi rappresentanti dell'Udeur,dell' Italia dei valori, di Rifondazione. Si moltiplicano informazioni di prima  e seconda mano fra i senatori dell'Ulivo sempre più attoniti

"Possibile che avalliamo un patto simile?"
"Se per salvare il governo va bene"
"Come salviamo la faccia?"

Si ricomincia a capire. Cabras propone di ritirare la firma di Finocchiaro e Zanda dalla mozione mostro inutilmente unitaria. "Impossibile" - dice la Finocchiaro. Morri, capogruppo dell'Ulivo alla Vigilanza Rai si dissocia dall'incredibile  possibile esito della mozione. I deputati non vogliono assecondare questo eventuale  esito politico della mozione del Senato. Io chiedo di procedere per reciproche astensioni e che l'Ulivo presenti una mozione di una sola riga che dica "Sentite le comunicazioni del Governo, il Senato le approva". Impossibile. Tonini esprime il suo dissenso. Finocchiaro è pallida ed esausta . Prepariamo  un'ipotesi di dichiarazione ai giornali, una volta udita la discussione e il voto dell'indomani. Avremmo certo votato per disciplina di gruppo la pur confusa mozione  della maggioranza, ma , come è noto, non è mai arrivata al voto (la dichiarazione recita:" Abbiamo ieri insistito nella riunione del Gruppo dell'Ulivo perché la risoluzione dell'Unione venisse profondamente modificata. La maggioranza del Gruppo con un voto ha fatto scelte diverse. la disciplina di gruppo ci impone quindi di votare a favore di una Risoluzione che non condividiamo e che ci sembra figlia delle ansie di alcuni partiti di nuovi soluzioni spartitorie, piuttosto che delle esigenze di aprire una nuova fase nella vita della Rai")

Non mi sono pentita di aver votato contro i punti  della mozione di Bordon. Era assai peggio della nostra; criticava il Governo per come era avvenuta la sostituzione di Petroni e appuntava ogni critica non sul passato (polista), ma sul presente della gestione Rai. Singolare "eterogenesi"  dei fini, o meglio "grillismo" d'arrembaggio, camuffato da esortazione al pluralismo televisivo. Brutta pagina parlamentare, mediazione al ribasso con la pistola puntata alla tempia  della perenne crisi. Che - se continuiamo così - certo verrà.

 

segnaliamo a questo proposito l'intervento di Battista sul Corriere della Sera e l'articolo di Furio Colombo su L'Unità di oggi il cui testo è riportato nella sezione  LEGGI TUTTO

Rai e Senato, la vera storia
Furio Colombo


Se non ci fosse Blob, unico programma chiave della televisione italiana (gli eventi non li commenta, li fa vedere) gli italiani non saprebbero quale impulso ha gettato Loretta Goggi contro Mike Buongiorno, durante una litigata dal vivo sul palco di Miss Italia. Blob c’era e tutti hanno visto tutto e capito quel poco che c’era da capire.

Purtroppo Blob non c’era al Senato quando la Camera Alta italiana si è riunita intorno al ministro dell’Economia Padoa-Schioppa per ascoltare le ragioni della sostituzione di un consigliere di Amministrazione della Rai e la nomina di un nuovo consigliere.
O almeno questo era il mite ordine del giorno, una questione di routine nella vita - a momenti ben più drammatica - di una Repubblica parlamentare.
Perché allora, nel corso di una concitata e confusa manifestazione di rabbiosa incontinenza verbale, scritta, stilistica, procedurale, mentre si passavano freneticamente di mano mozioni di quattro, cinque pagine, spazio uno, cinquemila parole, la destra ha perduto per un voto (l’ormai celebre voto Storace) e la sinistra ha perduto al punto da ritirare la sua sterminata mozione che non è stata votata, e poi l’Unione si è limitata a sostenere, insieme alla destra, frammenti divelti da una mozione ribelle, fuoriuscita (forse un segno simbolico per il prossimo futuro) dal centrosinistra, in cui si dichiarava, insieme alla destra, scontento e disprezzo per ciò che avviene comunque, alla Rai, le cose fatte, quelle non fatte, l’Isola dei famosi e i telegiornali, le presenze di lungo corso e i nuovi arrivi, il tutto unito da una euforia distruttiva sorprendente, visto che tutti quei pezzi di politica rappresentati in Senato, tutti, hanno il loro pezzo di rappresentanza dentro la Rai (vedi la sgridata del leader Fini al libero giornalista Mazza).

Come vedete da queste righe, in tanti sono caduti nella trappola del finto dibattito in cui ciascuno ha posizionato battaglioni o pattuglie intorno alle fragili mura della Rai per dire: se si tratta di fare peggio di come si è fatto finora (ovvero pesare il più possibile con la forza dei partiti dentro il servizio pubblico) noi siamo qui e siamo pronti. E nessuno si sogni di ignorare neppure coloro che rappresentano quasi niente per cento del voto popolare o di trascurare qualcuno dei nuovi venuti dalle frantumazioni sulla destra del centrodestra e sulla destra del centrosinistra. La scena è confusa? Sì è confusa. Lo è al punto che chi sta in quell’Aula, se non ha partecipato al progetto dei trucchi, degli effetti speciali, delle frasi scritte a rovescio - che si leggono solo nello specchio di qualche ricatto di potere - non capisce niente neppure dall’Aula.


* * *

Che cosa sto cercando di fare ad uso dei lettori, nel mio piccolo? Ho raccolto i frammenti della più brutta discussione mai avvenuta nella mia esperienza in Parlamento (brutta nel senso di cieca, inutile, senza politica) prima che passassero le donne delle pulizie.

Ma devo far precedere l’inventario da un paio di precisazioni.


Una è che quel dibattito, anche se fosse stato di buon livello e senza segnali di frantumazione a destra della maggioranza, non solo non era necessario o dovuto ma era del tutto inutile. Si trattava di un capriccio della opposizione che intendeva mettere sotto accusa una decisione (la rimozione del Prof. Petroni, la nomina di Fabiano Fabiani nel Consiglio di Amministrazione Rai) che era un fatto compiuto, dovuto, legale, non discutibile dal punto di vista giuridico perché compiuto all’interno di una legittima (e dovuta) responsabilità. Il ministro ha deciso ché poteva e doveva decidere. La decisione è apparsa subito ovviamente normale (un competente nominato in un’area di competenza) tanto che persino gli oppositori più aspri hanno dedicato minuti a spiegare che non discutevano la persona. E solo il senatore avvocato Schifani ha portato in Aula un articolo del Corriere della Sera del marzo 2005 per citare un inciso in cui Fabiani - che nella sua vita non ha mai rilasciato interviste - veniva indicato dall’articolista come “simpatizzante” di Prodi, cosa che - secondo il sen. avv. Schifani - dovrebbe squalificare chiunque.

Il dibattito, o voto in una Camera del Parlamento era dunque non solo pretestuoso (la decisione era competenza esclusiva del ministro dell’Economia che ha la responsabilità di far funzionare tecnicamente un ente di cui lo Stato è azionista di riferimento). Ma quello stesso ministro non ha alcuna competenza o responsabilità per discutere di programmi o di organigrammi della Rai. Il fatto è che - voto o non voto - quel dibattito non poteva avere alcuno sbocco né giuridico né politico. E infatti ha prodotto soltanto caos.

Ma - seconda precisazione - il caos è il grande, continuo contributo politico della Casa delle Libertà. Lo era anche al tempo del loro governo, irrazionale e improduttivo (salvo le convenienze personali del proprietario Berlusconi). Ma era, almeno, festoso perché continuamente celebrato da uno schieramento di giornalisti pensatori, da Vespa a Socci e di autorevoli opinionisti, da Panebianco a Galli della Loggia. In quella festa si perdeva almeno il senso del lutto per il crollo della politica che adesso invece attanaglia il Paese. Perché se è vero che nessuno più parla al Paese per mentire, come Berlusconi, nessuno parla al Paese, comunque: niente spiegazioni, niente indicazioni di percorso, e - al posto delle bugie - niente ragioni per volere o fare insieme qualcosa. O almeno per sostenerla. Solo uno strano silenzio che isola e allarma. E spinge, a volte, come si sta constatando, a sentimenti vendicativi.


* * *

Quanto ai reperti di quel brutto giorno al Senato, può essere utile citarne qualcuno, ricordando che la discussione, voluta dall’opposizione, intendeva contrastare e svilire solo la nomina del consigliere Fabiani. Ecco parte del testo di una risoluzione: «Noi impegniamo il governo a determinare l’immediato azzeramento e il conseguente rinnovo del Consiglio di amministrazione Rai. Ad adottare tutte le iniziative urgenti e necessarie per evitare che si possa procedere a nuove nomine. A mettere in campo le iniziative necessarie a consentire che tutte le nomine già approvate siano “rivisitate” dopo l’approvazione del piano industriale». È il testo delle cose dette dalla Casa delle Libertà in cerca di tanto meglio-tanto peggio, desiderosa di oblio per l’immenso danno realizzato dentro la Rai dal gigantesco conflitto di interessi di Berlusconi, che con una mano colonizzava la Rai e con l’altra triplicava il valore di Mediaset? No. Su tutta questa parte della questione Rai non una parola. Sul fatto che la Rai è un frammento teleguidato dalla famosa legge Gasparri-Berlusconi che consente controllo totale dei media e della pubblicità non una parola. Il testo parzialmente citato che - come Grillo - vuole “mandare tutti a casa”, ma, a differenza di Grillo, è un “tutti” meno le leggi e gli interessi di Berlusconi, è di due di noi, due importanti senatori dell’Unione, Manzione e Bordon.

Ma sentite come l’Unione, ovvero la maggioranza che sostiene Prodi e il governo e il ministro dell’Economia che ha preso quell’unica decisione che gli compete, senza alcun titolo per essere coinvolto in una discussione sul vasto orizzonte editoriale-aziendale-politico della Rai. Sentite con quali argomenti e quale documento la nostra maggioranza ha pensato di tener testa a coloro che avevano licenziato in tronco Enzo Biagi più una importante lista di proscrizione, a coloro che avevano definito “criminoso” opporsi alla autorità padronale di Berlusconi, e hanno inventato questo dibattito pur di non lavorare alle leggi in attesa, in modo da aggravare il senso di impotenza e di stallo del governo: «La prima serata è in gran parte appaltata a società che producono programmi commerciali... l’assetto industriale resta rigido e disfunzionale, con modelli produttivi pesantemente sovrastrutturati... queste carenze rendono arduo misurarsi con le nuove tendenze del pubblico... ».

Ma l’assemblea, riunita giovedì 20 settembre a Palazzo Madama, era il Senato della Repubblica, in cui la maggioranza di centrosinistra che sostiene il governo (e quell’unico ministro in Aula che si è preso, pensate, la sfacciata responsabilità di nominare Fabiano Fabiani nel Consiglio di amministrazione della Rai) doveva tener testa alla spallata della destra che sventolava carte per dimostrare che Fabiani non era post fascista, non era leghista, non era nel libro paga di Berlusconi e dunque era indegno di accostarsi alla Rai? O era un convegno fra tanti - solo meno colto e più caotico - su “Ombre e luci del servizio pubblico radiotelevisivo”?


* * *

Ma noi, la maggioranza che avrebbe il dovere politico di respingere l’attacco pretestuoso della Casa delle Libertà con un grande “Amarcord” di ciò che è stata quell’azienda in tempi di programmazioni Rai organizzate in modo da non disturbare i buoni programmi (e la buona pubblicità) di Mediaset, ai tempi dei licenziamenti di regime, ai tempi dei telegiornali taroccati per non far sentire agli italiani le gaffe di Berlusconi che intanto facevano il giro del mondo, ha scelto invece di unirsi agli avversari per attaccare da ogni lato il Titanic già un po’ inclinato della televisione pubblica, senza sostare un momento a pensare al regalo immenso che, ancora una volta, il Parlamento italiano stava facendo a Mediaset.

Che poi la situazione, grazie anche alle tipiche maniere del ceto berlusconiano, ai discorsi stentorei di Schifani (che esige dai suoi di essere applaudito, come Petrolini, ogni 5-6 secondi, qualunque cosa dica, il segnale lo dà quando alza la voce e subito fior di professori, avvocati, giudici in aspettativa e futuri imprenditori fanno crepitare gli applausi) agli scherzetti del Hobbit-gigante Calderoli, l’uomo dei maiali da lanciare contro gli islamici, alla vendetta personale di Storace che non perdona così poco fascismo nelle fila dei sui ex amici di pestaggi giovanili e poi di cariche istituzionali, sia precipitata nel caos, è stata una cosa buona, anzi l’unica cosa buona della giornata, saggio colpo di mano, all’ultimo istante, della senatrice Finocchiaro. L’Unione ha potuto ritirare il suo brutto testo privo di luce politica l’opposizione ha perso la sua modesta occasione causa vendetta privata di uno di loro. I due senatori distaccati Manzione e Bordon si sono persino visti votati da quasi tutta l’Aula un paio di paragrafi altrettanto privi di senso politico quanto il testo dell’Unione. Nessuno ha discusso della libertà dei mezzi di informazione ancora profondamente feriti e intimiditi da Berlusconi. E la conclusione triste, lettori, è che nessuno è stato peggiore dell’altro. Quella gara, quel giorno, non si poteva vincere.
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Pubblicato il: 23.09.07

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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