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Magda Negri

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I VALORI E LA CONVIVENZA NEL PD - Gli intransigenti sono un'eccezione - Michele Salvati

Angelo Panebianco (sul Corriere del 10 gennaio) e Ernesto Galli della Loggia (prima ancora, sul Corriere del 2 gennaio) fanno bene a occuparsi della convivenza tra «laici» e «cattolici» nel Partito Democratico. Da questa convivenza - dalla sua facilità o difficoltà -dipende non solo il successo di un partito, al quale molti potrebbero legittimamente essere poco interessati, ma anche la possibile evoluzione del sistema politico italiano verso un bipartitismo civile.

Fors' anche il definitivo ancoraggio del nostro Paese al drappello delle grandi democrazie liberali, quelle in cui la separazione tra religione e politica non pone (eccessivi) problemi e non è rimessa in discussione a ogni stormir di fronda
Oltretevere. I due nostri editorialisti sono moderatamente pessimisti in proposito. (leggi tutto)

 Qui vorrei sostenere un' opinione
moderatamente ottimista. Nessun dubbio che la convivenza di cui
parliamo sia il problema centrale del Pd e che sia difficile. E'
centrale non solo perché, per ora, il Pd è poco più della fusione di
due partiti il cui ceto politico e la cui tradizione ideologica
derivano in larga misura dal Pci e dalla sinistra democristiana. Ma
perché il superamento degli «storici steccati» tra laici e cattolici
è parte centrale della sua missione, il maggiore contributo che il
Pd può recare all' incivilimento del nostro Paese, la riparazione
definitiva di una frattura che ha attraversato l' intera storia d'
Italia. Ed è un problema difficile, il vero ostacolo ad una fusione
di successo. Per gran parte dei temi che contano nella definizione
di una linea politica - politica estera e politiche economico-
sociali - gli eredi delle due grandi tradizioni della Prima
repubblica sono arrivati a posizioni molto vicine, spesso
indistinguibili. Resta in campo, e non è del tutto risolto, il
problema di cui stiamo parlando, una posizione comune su che cosa
voglia dire in concreto, nell' Italia che ospita il Vaticano ed è
composta in grandissima parte da cittadini di religione cattolica,
il principio fondante di uno stato liberale: la separazione tra
religione e politica. Mi affretto ad aggiungere che questa
separazione dà luogo a problemi anche nelle grandi democrazie
liberali cui aspiriamo ad appartenere. La domanda di senso cui le
religioni rispondono conosce lunghi cicli storici e l' intero mondo
occidentale vive ora un momento in cui la domanda è alta, per
ragioni nelle quali ora non posso entrare: in questi momenti
la «separazione» conosce qualche difficoltà anche in Paesi in cui
essa ha cessato di essere problematica da lungo tempo. Ma
naturalmente essa crea problemi assai maggiori nel nostro, se la
Chiesa si fa interprete della domanda di senso, di religione, di
questo momento storico e propone una concezione militante e
intransigente del cattolicesimo. Anche in politica. E qui sta il
punto, perché la «separazione» esige che le convinzioni assolute
entrino in politica disposte alla mediazione con chi quelle
convinzioni non possiede: lo stato laico non conosce «verità» e non
può schierarsi a favore di una «verità» contro un' altra. Questo non
implica che i partecipanti al dialogo politico democratico smettano
di credere al valore assoluto delle posizioni di cui sono convinti e
smettano di difenderle con passione: tutto ciò sta perfettamente
dentro una democrazia liberale. Implica però «un' accettazione dell'
aperto, pragmatico, contingente, incerto e tollerante carattere di
ogni argomentazione sul lato politico della linea di demarcazione»
(Michael Walzer). Implica dunque che essi siano disposti ad
accettare compromessi, vittorie e sconfitte parziali, per consentire
un buon funzionamento di una politica liberale e democratica. Se c'
è un nemico di questa politica esso è l' intransigenza, il
trasferimento diretto in politica della «non negoziabilità»,
degli «imperativi categorici», che caratterizzano le convinzioni
assolute e che sono perfettamente legittimi sul piano personale.
Imperativi che le Chiese e le religioni (ma anche le ideologie
laiche) sostengono e cercano di diffondere nel libero mercato delle
convinzioni, delle diverse «verità». Certo, il compromesso e la
mediazione sono facili, anzi, del tutto naturali, nel campo delle
politiche economico-sociali, degli interessi; meno facili quando
sono in gioco principi che i partecipanti al dialogo politico
considerano verità assolute. Ma il grande portato civilizzatore
della riflessione che inizia in Europa dopo le guerre di religione è
stato proprio quello di sottomettere a una logica liberale e
democratica, attraverso il principio della separazione, anche
materie così ostiche e calde. In questo momento storico, ed in
presenza di una linea dottrinale della Chiesa militante e
intransigente, ciò che altrove è un raffreddore può trasformarsi in
Italia in una polmonite. E' vero. Ma vorrei invitare i pessimisti a
riflettere sul fatto che il cattolicesimo liberale e democratico ha
forti radici, anche in Italia, nella patria di Luigi Sturzo e Alcide
De Gasperi: nel Partito democratico i «cattolici maggiorenni» sono
la grande maggioranza e le Binetti e i Bobba sono eccezioni. E sono
eccezioni anche i «laici intransigenti», come il professor
Odifreddi. O almeno così mi sembra.

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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