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Magda Negri

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Il Riformista, 11/10/2009 - Goffredo Bettini. L'inventore del modello Roma sostiene la necessità «di un patto solenne tra i tre candidati». Franceschini? «Non ha il respiro strategico per fare il leader di un grande partito» - Tommaso Labate

Come Massimo D'Alema, anche Goffredo Bettini sostiene che «Berlusconi dovrebbe dimettersi». L'inventore del modello Roma, oggi sponsor di Ignazio Marino, spiega al Riformista che «il premier dovrebbe lasciare la mano non per la sentenza della Corte costituzionale ma per quello che ha detto subito dopo».

Ma Bettini aggiunge: «Vedo il pericolo che quel tipo di populismo rozzo e demagogico, che sta caratterizzando il berlusconismo di oggi, finisca per intaccare anche la nostra parte politica. È un rischio vero. Soltanto i tre candidati alla segreteria del Pd possono tentare di arginarlo, sottoscrivendo alla Convenzione di domani (oggi, ndr) un patto solenne di unità per il dopo-primarie».

 Bettini, il Pd non ha chiesto le dimissioni del governo. Lei condivide la scelta del suo partito?


L'ho condivisa nella misura in cui anch'io, lo ripeto, non credo che una sentenza della Consulta debba portare alle dimissioni dell'esecutivo. Il problema sono le parole che Berlusconi ha pronunciato dopo, a cominciare dalle accuse al Quirinale. Siamo nel cuore di una crisi democratica senza precedenti, che il presidente del Consiglio ha suscitato e continua ad alimentare. Basta guardare alle divisioni nel Paese, alla frattura tra elettori ed eletti, ai colpi che vengono inferti all'articolazione dei poteri dello Stato e alla loro autonomia. Mi creda, se non fossimo stati dentro l'Unione europea, avremmo già subito un'esplicita deriva autoritaria.


Sembra un richiamo al «rischio regime» che non sta proprio nelle corde del Pd...


Aggiungo che, in questo quadro, il Pd dovrebbe rappresentare l'unico riferimento politico positivo.


E l'ha svolto, questo compito, il Pd?

Purtroppo non l'ha fatto a sufficienza. E non è tutto: vedo il pericolo che il populismo rozzo e demagogico finisca per intaccare anche la nostra parte. Se così fosse, l'intero impianto della democrazia verrebbe messo in discussione.


Non le pare un'analisi fin troppo allarmista?


No. Nella fase finale del nostro congresso, che si apre con la Convenzione, credo che la vera priorità sia che i tre candidati alla segreteria, seppur nel contesto di un dibattito aspro e animato, sottoscrivano un «patto solenne». Un patto di unità. Discutiamo pure delle divergenze sulle linea, ma chiariamo sin da subito che il Pd è l'unica risorsa che abbiamo in mano per reagire a questa grande crisi politica e che tutti saremo uniti attorno al prossimo segretario. Chiunque esso sia.


Perché pensa che il «populismo rozzo» possa contagiare anche il Pd?


Come esempio le porto un fatto che è successo negli ultimi giorni, quando in seguito alle polemiche sulle assenze dei deputati al voto finale sullo scudo fiscale, la carrozzina di Ileana Argentin è stata presa a calci per strada. Ileana aveva motivato la sua assenza dall'Aula e presentato anche un certificato medico. Ecco cosa vuol dire il rischio di finire vittime di semplificazioni rozze e irrazionali.


Torniamo al partito. D'Alema giudica «paradossale» l'ipotesi che le primarie rovescino l'indicazione degli iscritti. E lei?


Non entro nel merito degli aggettivi, perché sarebbe appunto «paradossale» discuterne. Abbiamo fissato delle regole e le dobbiamo rispettare. Se uno dei candidati avrà il 50% più uno diventerà segretario il 25 ottobre. Altrimenti la politica farà il suo corso.


Nell'urna segreta dell'Assemblea nazionale... Già si dice che voi sposterete i voti di Marino su Bersani.


Noi non passiamo proprio con nessuno. Fino a qui abbiamo condotto una battaglia autonoma, senza mezzi e con una sottoesposizione mediatica. Ora fisseremo dei punti chiari, che consideriamo la precondizione per un eventuale confronto da avviare con tutti il 26 ottobre.


La mozione Marino sostiene il ritorno al progetto originario di quel Veltroni che oggi s'è defilato.


Proponiamo il ritorno a quelle fondamenta, che avevano generato tanto entusiasmo e un risultato politico ch'era di sconfitta ma anche di speranza, liquidato troppo in fretta. Ciò che avevamo guadagnato in quella fase l'abbiamo poi perso, soprattutto per la scelta di Walter di non misurare quella linea politica a un congresso subito dopo il voto.


Ha letto Noi, l'ultimo libro di Veltroni?


Sì, bel libro. In quelle pagine ho trovato un po' di tristezza, un fondo di amarezza.


Dopo Veltroni lei ha scelto di rimanere fuori dal gruppo dirigente...


Era la cosa giusta da fare. Non la rinnego. Ho lavorato con Walter per due anni. Quando il Capitano affonda, è giusto affondare con lui.


Come valuta la gestione Franceschini?


Come segretario di transizione, Franceschini è stato efficace e dignitoso. Ma non vedo in lui quel respiro strategico che il leader di un grande partito dovrebbe comunque avere.


D'Alema, invece, parla di un futuro come ministro degli Esteri dell'Ue.


È un ruolo che gli si addice. D'altronde, come ministro degli Esteri italiano, è stato perfetto, ha ridato credibilità internazionale al nostro Paese.


Dica la verità, se riuscisse ad andare lontano dall'Italia, lei non sarebbe tra i dispiaciuti...


Tutt'altro. Anche nei momenti di maggiore scontro, ho sempre considerato Massimo uno dei dirigenti fondamentali del sinistra del dopoguerra. Uno con cui, in ogni caso, è sempre bene interloquire.

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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