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Magda Negri

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La Stampa, 26 settembre 2007 - Sull'altare dell'Ici - TITO BOERI

Molte sono le incognite sulla manovra finanziaria che uscirà dal Consiglio dei ministri di oggi. Ma una cosa è certa: verrà varata la riduzione dell'Ici sulla prima casa, impegnando in questa operazione almeno un miliardo di euro. Quella degli sgravi sull'Ici è una vicenda tipica della campagna elettorale permanente che caratterizza la politica italiana.

Tirata fuori dal cappello da Silvio Berlusconi alla vigilia delle elezioni politiche del 2006, la riduzione o addirittura abolizione dell'Ici è tornata sulla bocca di politici locali o nazionali in prossimità di ogni tornata elettorale. Sembra che abbia virtù taumaturgiche: garantisce consensi immediati, da spendere il giorno dopo. In effetti quasi 7 famiglie italiane su 10
hanno una casa di proprietà. Ma si accorgeranno tutte degli sgravi? E non si arrabbieranno a scoprire che, dopotutto, l'Ici è sempre lì?

Di questo i paladini degli sgravi Ici non sembrano preoccuparsi. Poco importa che in questi anni non ci sia stato un solo economista che abbia sostenuto la causa degli sgravi Ici. Poco importa che l'Ici sia una delle poche tasse che in Italia non opera prelievi sul reddito, tartassato e anche per questo fortemente evaso. Poco importa che la casa sia un bene immobile, con un'offerta poco sensibile alle variazioni di prezzo e quindi che può essere tassato con effetti molto meno distorsivi delle tasse sul capitale o sul lavoro. Poco importa che, proprio in virtù della sua immobilità, l'Ici non crei conflitti fra giurisdizioni sulla titolarità del gettito e sia diventata la fonte primaria di finanziamento per molti Comuni. Poco importa che, in attesa di una sempre rinviata revisione degli estimi e delle categorie catastali, le rendite imputate e tassate dall'Ici siano spesso fuori mercato, il che rende difficilmente prevedibili gli effetti distributivi degli sgravi.

Quel che conta è portare a casa qualche risultato politico immediato, come se le elezioni fossero domani mattina. E anche se Ici sta per Imposta comunale sugli immobili, a ridurla, a farsi bello, deve essere il governo centrale. La scelta di intervenire sull'Ici è coerente con i piani di un esecutivo che si prepara a una tornata elettorale imminente. Se investisse sul futuro anche ravvicinato, concentrerebbe gli sgravi fiscali sul lavoro, introducendo un sistema di incentivi condizionati all'impiego, che faciliti l'emersione del lavoro sommerso dopo l'ennesimo fallimento delle politiche di riemersione. Potrebbe utilizzare l'extragettito anche per finanziare un credito d'imposta per le mamme che lavorano mettendo i figli al nido, incentivando la partecipazione femminile e la fertilità al tempo stesso.

Sarebbero misure che rilanciano una crescita occupazionale che sembra essersi arrestata, con un rendimento elettorale più forte anche se più in là nella legislatura. Oppure il governo potrebbe riportare fin da subito le aliquote Ires - grande protagonista dell'extragettito - al di sotto dei massimi europei, rendendo più conveniente investire da noi. Soprattutto perché la partita meno tasse in cambio di meno trasferimenti alle imprese sembra già persa. Da quando la fetta più consistente dei trasferimenti alle imprese, gli incentivi destinati al Mezzogiorno, è stata ritenuta intoccabile.

Riducendo il prelievo sul lavoro e sul capitale si potrebbe anche rispondere al visibile rallentamento della nostra economia e alle sempre più probabili conseguenze sull'economia reale della crisi finanziaria in corso. I consumi delle famiglie italiane sono fortemente sensibili all'andamento dei redditi da lavoro, mentre lo sono assai meno all'andamento dei prezzi delle case, anche per la natura poco liquida dei beni immobiliari e lo scarso sviluppo da noi conosciuto dal mercato dei mutui.
Non ci sono neanche indicazioni della presenza in Italia di una bolla immobiliare che stia per sgonfiarsi: c'è stato solo un rallentamento della crescita dei prezzi delle case, peraltro interrotto nell'ultimo semestre, con addirittura una crescita più sostenuta negli ultimi sei mesi. Non ci sono, dunque, ragioni per sostenere i prezzi delle case. Gli stessi politici che si sono battuti come leoni per chiedere gli sgravi Ici hanno magari richiesto a gran voce compensazioni per le famiglie che contraggono mutui immobiliari, come se sostenere i prezzi delle case
con gli sgravi Ici non rendesse più oneroso l'acquisto di una casa.

E poi certo, ci sono anche i «federalisti doc» nel partito dei tagli all'Ici. Il valore degli immobili è in buona parte legato alle
politiche di urbanizzazione, verde pubblico e controllo del traffico condotte a livello locale. I Comuni sono incentivati a darsi da fare nel migliorare la qualità dell'ambiente urbano anche perché questo si traduce in un aumento del valore degli immobili, dunque del gettito Ici. Ma i nostri federalisti, a quanto pare, preferiscono che i governi locali vivano solo di trasferimenti, meglio se poco trasparenti, dal governo centrale. Per salvare le apparenze il governo dovrà ora ricorrere a macchinose e oscure compensazioni ai Comuni. Altri sacrifici... all'altare dell'Ici.

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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