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Magda Negri

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Europa, 18 ottobre 2007 - Una coabitazione nata male - STEFANO MENICHINI

Il Prodi di domenica sera a Santi Apostoli - vispo, onnipresente, loquace - era un uomo visibilmente ansioso di marcare il territorio.Chiaro, se non fosse stato lì avrebbero tutti scritto di un Prodi sofferente per il trionfo di Veltroni.

La comunicazione verbale e non verbale del presidente del consiglio era però esplicita. Anche perché era da molto che Prodi non si proponeva al pubblico nella sua veste di fondatore dell'Ulivo e presidente in pectore del Partito democratico avendo sempre, in tempi recenti, preferito e praticato il mestiere del mediatore dell'Unione.

 

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Insomma, appena il Pd ha trovato un leader con investitura popolare,
Prodi ha cercato di recuperare un ruolo da lui poco frequentato da
quando è a palazzo Chigi.
Questo ritardo è uno degli errori piccoli o meno piccoli che hanno
condotto alla situazione attuale, cioè alla generale percezione di
un potenziale conflitto fra il governo e il nuovo partito di
maggioranza.
Negli ultimi mesi questo pericolo era stato denunciato soprattutto
dalla campagna di Rosy Bindi e dall'entourage di Parisi.
Prima di lasciarci alle spalle il passato e proiettarci nel futuro
democratico, sarà il caso di capire da dove esattamente origina
questo pericolo, giustamente evidenziato dalla stampa e ben presente
allo stesso Veltroni, come dimostra il suo scrupolo di questi giorni.
L'impressione è che oggi le cose non starebbero così, se Prodi e
Parisi non avessero compiuto alcuni errori di valutazione. A
cominciare dal non accettare per tempo lo slittamento del progetto
originario dell'Ulivo, dall'utopia del rassemblement unico di tutto
il centrosinistra al più fattibile e utile incontro dei riformismi
Ds e Dl.
Da quando, dopo il 2001, l'Ulivo è diventato un soggetto più
compatto (pur con tutti gli stop and go che abbiamo visto fra il
2002 e il 2006), l'impazienza ulivista della quale ha parlato Parisi
s'è spesso trasformata in frenata. Mentre calava la voglia di Prodi
di caratterizzarsi come capo dei riformisti della coalizione.
Non si può dire che si sia trattato di un errore, visto che per
questa via Prodi è tornato a palazzo Chigi, sia pure di un soffio.
L'errore vero è cominciato dopo, ed è stato doppio: da una parte il
Prodi presidente del consiglio accettava una routine di governo che
ai riformisti procurava molte più frustrazioni che soddisfazioni;
dall'altra, il Prodi capo dell'Ulivo cercava di contenere il
progetto del Pd entro argini che lui potesse presidiare.
L'enfasi di questi giorni sulle primarie, strumento tipicamente
prodiano, non può infatti far dimenticare che solo nel giugno scorso
proprio Prodi s'era opposto a che le cose andassero come sono poi
andate.
Non avremmo avuto né la competition fra candidati, né Veltroni
eletto, né tre milioni e quattrocentomila italiani ai seggi, se
Prodi quattro mesi fa avesse vinto la partita quando chiedeva che il
Pd fosse amministrato pro tempore da un portavoce da lui indicato.
Per inciso, Parisi allora non era della sua stessa idea mentre
Fassino era più favorevole: ma le posizioni personali, anche di chi
come Rutelli e D'Alema invece spingeva per la soluzione "forte" poi
adottata, erano condizionate dal fatto che Veltroni risultava ancora
indisponibile alla candidatura.
Quello che cerchiamo di dire, è che le insidie della coabitazione
come ora vengono descritte sui giornali sarebbero state molto
minori, se Prodi non avesse dato per primo l'impressione di fidarsi
poco, e non avesse cercato di frenare un processo che invece
diventava frenetico a causa della rimonta berlusconiana e della
paura di diessini e diellini di farsi trovare impreparati in caso di
collasso della legislatura.
Di tutto questo c'è stata un'eco a tratti antipatica durante la
campagna per le primarie. Veltroni se n'è dovuto lamentare con
Prodi, che ha cercato di mettere rimedio "slegandosi" da qualsiasi
candidatura e dando l'impressione di voler prendere le distanze
dall'aggressività parisiana. Il danno però ormai era fatto: quanto
meglio sarebbe andato il sindaco, tanto maggiore imbarazzo avrebbe
creato al premier.
Adesso, è chiaro, la mano più forte è quella di Veltroni, del
candidato la cui vittoria si è tentato di ridimensionare senza
riuscirci. Il presidente del consiglio deve darsi da fare: scrivere
lettere, proporre patti di convivenza.
La facce cupe del gruppo parisiano, domenica sera, parlavano da sé:
la scommessa su Rosy Bindi non è andata, anche se l'interessata
giustamente evidenzia che la sua presenza ha portato valore aggiunto
al Pd. È vero, ed è stato suo merito esclusivo. Ma alla fine è
valore che viene aggiunto al Pd di Veltroni, colui che non doveva
esserci.
È un esito paradossale, frutto di scarsa lucidità.
Perché storicamente e personalmente il sindaco di Roma è portatore
proprio di quel progetto originario di Ulivo "totale" che i prodiani
hanno cercato di opporre al "compromesso storico bonsai" di Ds e Dl.
Sarà stato perché allora si sentiva fuori dai giochi, relegato sul
Campidoglio: ma ancora fino a pochi mesi fa Veltroni non nascondeva
l'assoluto scetticismo verso il percorso intrapreso dai due partiti.
Aggiunto al rammarico per i pezzi che l'Ulivo, avvicinandosi a
diventare Pd, lasciava andar via alla propria sinistra.
A giugno non è stato facile convincere Veltroni a prendere le redini
di un Pd nato in questo modo. Adesso le ha. L'esperienza da sindaco
e il confronto ravvicinato con la concretezza dei problemi l'hanno
trasformato in un riformista "alla Chiamparino" o "alla Cofferati",
per capirci. Ecco allora la linea politica del Lingotto, che non è
distante da quella dei Coraggiosi di Rutelli, ma che anche Parisi in
teoria avrebbe dovuto riconoscere come propria, più di quella
solidaristico-popolare della Bindi.
Nel dna veltroniano, poi, non c'è grande amore per l'apparato, anzi
gli apparati del suo ex partito gli hanno guastato buona parte
dell'esistenza: qui l'errore dei prodiani è stato davvero clamoroso.
Uno dei tanti. Perché, ammesso che Walter sia stato un candidato
ostaggio dei partiti, sono stati loro a consegnarglielo: quando nel
dicembre 2004 il sindaco scrisse sull'Espresso una lettera aperta al
Prodi tornato da Bruxelles, la cosa venne fatta cadere sdegnosamente
nell'oblio. Non sono solo Prodi e Parisi, nella politica italiana, a
tenere lunga memoria dei torti subiti. Non è per caso che il sindaco
ha rivelato ora di aver protetto Prodi nel 2005, quando si voleva
cambiare in corsa il cavallo per palazzo Chigi e tanti salivano al
Campidoglio: c'è stata poca riconoscenza, è parso dire.
Eppure alla fine il paradosso potrebbe prendersi una rivincita.
L'idea di Pd che Veltroni coltiva dentro di sé continua a essere
quella di una volta: la Grande tenda sotto la quale Dini può
convivere con Mussi, se non con Giordano. Appena le condizioni
glielo consentiranno, ci proverà, e del resto domenica ai seggi ce
n'erano tanti, di elettori dei signori appena citati.
L'importante è che le diversità che Veltroni chiama a raccolta siano
quelle del popolo, non quelle delle nomenklature di partito o di
partitino. E che la linea rimanga nitida, non spezzettata in
mediazioni estenuanti.
Così magari, domani o dopodomani, Romano Prodi potrà finalmente
riconoscersi nel suo successore. Sempre che intanto la coabitazione
abbia retto.

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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