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Magda Negri

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Europa - 26 ottobre 2007 - Facciamolo all’europea  - MAGDA NEGRI
 

 Giorgio Merlo ha ragione. Non giova a nessuno banalizzare le alternative organizzative, in certa misura sostanziali, che incombono sul nascente Pd.
Il partito a vocazione maggioritaria, asse del governo, a vocazione riformista del paese, dovrà essere “in sé” straordinario collettore di energie, di partecipazione democratica. Un partito collettore di adesioni di uomini e donne che costituiranno la nuovissima creatura, e, insieme, “sollecitatore” permanente, intorno a sé, di mobilitazione civile e coinvolgimento del proprio elettorato di riferimento.
Si tratta di due compiti, due funzioni correlate – com’è evidente – ma non esattamente coincidenti. Non possiamo procedere per sottrazione, né per allusioni generiche.
Il lavoro della commissione statuto, che si insedierà a giorni, non sarà facile. L’esperienza secolare europea ci consegna – per ogni famiglia politica – il modello del partito degli iscritti, che esercitano una membership piena e continua, cui corrispondono precisi diritti e doveri, fatta di elaborazione programmatica e selezione della classe dirigente.
In tutti i partiti europei, dalla Csu all’Spd, al Labour, al Psoe, sono gli iscritti i veri domini della proposta politica e della sua gestione. Alcuni di questi partiti, specificatamente il Psoe (meno l’Spd) hanno progressivamente attenuato i profili di “democrazia rappresentativa” interna, conferendo potere diretto di nomina del segretario agli iscritti. Ma il confine della membership non è mai stato varcato, semmai allargato con i poteri parziali che questi partiti riconoscono ai vari “sostenitori”, simpatizzanti, o come nel caso dell’Spd, ai cosiddetti “membri ospiti”.
L’esperienza europea è fronteggiata – come è noto – dal “direttismo” del modello americano di partito che sfuma moltissimo i contorni della membership.
Un cittadino americano può registrarsi come “elettore democratico” anche una sola volta nella vita e tale restare. I cittadini registrati sono un po’ meno del 10% dei votanti per il Partito democratico.
Lo stesso cittadino americano, attraverso successivi meccanismi di primarie, può scegliere i delegati ed essere scelto come delegato fino alla Convenzione nazionale, può partecipare ai committees di lavoro informali, ai vari livelli territoriali o funzionali (giovani-donne-amministratori, etc...), ma non esiste alcuna assemblea dei delegati che resti in carica da una convention all’altra. Restano operanti gli organismi di coordinamento del partito, molto ristretti.
L’esperienza dell’Ulivo, la crisi dei partiti storici italiani, le primarie variamente svolte per le elezioni regionali del 2005, l’eccezionale partecipazione popolare all’indicazione di Prodi premier, e alla votazione delle liste che hanno composto l’assemblea costituente del Pd, e designato Veltroni segretario, se pur indirettamente, hanno eroso in Italia il modello europeo di partito, che pur altrove funziona ancora egregiamente.
Ma la suggestione democrat non esaurisce i problemi che abbiamo davanti. Tertium datur.
Con un po’ di fantasia, anche negli attuali statuti di Ds e Margherita c’è un giacimento di idee, procedure, buone pratiche, da mettere a punto.

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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