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Magda Negri

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la Repubblica, 28 ottobre 2007 - MAPPE - La paura di nascere vecchi - ILVO DIAMANTI

L'assemblea costituente del Partito Democratico, ieri, è stata attraversata dalla voglia, diffusa e palpabile, di comunicare - a se stessa in primo luogo - il senso della discontinuità. Dall'ansia di rinnovamento. E dal timore, speculare, di finire impigliati nei fili del passato. Lo ha chiarito, da subito, Walter Veltroni, confessando che il vero problema, oggi, è "come evitare di versare il vino nuovo in otri vecchi". Per scongiurare un pericolo percepito, nel Pd: nascere vecchio.

Nel padiglione della fiera, a Rho, sede della manifestazione, i
giovani delegati, peraltro, erano molti. Intervistati, ripresi,
coccolati. In contrasto, però, con l'immagine lasciata dalle
primarie. Caratterizzate da una partecipazione massiccia, superiore a
ogni attesa. E da un profilo generazionale piuttosto maturo e, anzi,
un po' vecchiotto. Come hanno visto quanti si sono fermati ai seggi;
anzitutto gli scrutatori. Come ha sottolineato il sondaggio Demos-
Eurisko presentato domenica scorsa su Repubblica. Il quale rileva che
solo il 12% degli elettori alle primarie ha meno di 30 anni, mentre
il 40% ne ha più di 64.

Ciò delinea uno squilibrio piuttosto rilevante rispetto alla società.
Visto che la componente compresa fra 18 e 29 anni costituisce il 19%
dell'elettorato, quella con oltre 64 anni il 22%. Dunque, anche se
neonato, il Pd rivela un volto un po' attempato.

Naturalmente, questo aspetto è determinato, almeno in parte,
dal "metodo" scelto per generare il Pd. Le primarie. Un rito
collettivo. Ma, pur sempre, "individuale" e "istituzionale".
Una "elezione", molto "impegnativa", condizionata da una scelta di
valore e dal pagamento di una quota. Alla quale, però, ci si reca "da
soli", oppure con i familiari. Mentre i giovani prediligono
le "mobilitazioni comunitarie". Scosse da forti onde emotive.
Centrate su fini e, spesso, nemici precisi. Dove si sta e/o si marcia
insieme.

Le primarie, invece, rispecchiano il rito del voto come "norma".
Come "abitudine democratica". Stentiamo a rinunciarvi io e mio padre,
ma non emozionano i nostri figli. Tuttavia, (come ha sottolineato
Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera) la bassa partecipazione
giovanile non significa, automaticamente, che i più giovani non
voteranno per il Pd. (Spesso si vota senza passione: "contro" invece
che "per").

Ma i sondaggi suggeriscono qualche difficoltà anche sul piano
elettorale. Tra i giovani con meno di trent'anni (sondaggio Demos-
Eurisko, 16-18 ottobre), infatti, il Pd è stimato circa 4 punti
percentuali sotto la media generale. Fra coloro che hanno più di 64
anni, invece, è quasi 10 punti sopra la media. Dunque, il "nuovo" Pd
stenta, per ora, ad attirare i giovani.

C'è, tuttavia, da osservare che il problema non riguarda solo il Pd,
ma il centrosinistra nell'insieme. Infatti, negli ultimi mesi, i
giovani sembrano avere smarrito la strada che conduce a sinistra.
Contrariamente a quanto è avvenuto dalla fine degli anni Novanta e
fino alle elezioni del 2006 (come emerge dalla ricerca di Itanes:
Dov'è la vittoria?, Il Mulino, 2006). Allora i giovani si erano
spostati a sinistra, soprattutto gli studenti. Per motivi che abbiamo
indicato altre volte. Li possiamo riassumere nella ripresa di grandi
movimenti di protesta su temi di rilevanza universale, ma con un
impatto particolarmente forte sulle generazioni più giovani. La
guerra e l'insicurezza globale, l'occupazione, la scuola.

Da qualche mese, però, il voto giovanile non si orienta più a
sinistra, nella stessa misura degli ultimi anni. Neanche fra gli
studenti. A stento, pareggia con quello di destra. La stessa
Rifondazione Comunista, fra i più giovani, è poco sopra la media
generale. Nell'insieme, fra gli elettori con meno di 25 anni che un
anno fa avevano votato per l'Unione, meno di 6 su 10, oggi
riconfermerebbero la loro scelta (Demos-Eurisko, ottobre 2007).

Un cambiamento tanto rapido e profondo richiede, comunque, due
precisazioni.
a) Non sono cambiati i giovani. Come mostrano numerose indagini,
anche molto recenti, essi esprimono un livello di impegno nelle
attività politiche, nel volontariato, nelle iniziative sui temi del
territorio e dell'ambiente; e, inoltre, un grado di partecipazione a
manifestazioni collettive (di protesta e di solidarietà) assai più
elevati rispetto al resto della popolazione.

b) Gli orientamenti di voto dei giovani restano, comunque, instabili.
E, piuttosto che defluire a destra, prendono la strada del "non voto"
e del distacco.
Dunque: i giovani non hanno imboccato il "riflusso" individualista.
Non si sono spostati a destra, dopo aver votato, per un decennio, a
sinistra. Ma sono sicuramente più incerti e disincantati di prima.

Su questo cambiamento di umore influiscono, a nostro avviso,
soprattutto tre ragioni.
1. La critica contro la classe politica e i partiti. "Antipolitica",
si direbbe oggi. Anche se è vero il contrario, visti i tassi di
interesse e di partecipazione politica che esprimono. È, però, vero
che l'insofferenza verso i partiti e le istituzioni ha raggiunto
l'intensità più elevata proprio fra i più giovani. I quali, non a
caso, dimostrano l'adesione più ampia e convinta per le iniziative
promosse, sulla rete e nelle piazze, da Beppe Grillo (ancora: Demos-
Eurisko, settembre 2007; ma indicazioni analoghe vengono fornite da
sondaggi condotti da Ipsos e Ispo). Un'insofferenza espressa
soprattutto dalla base di centrosinistra, che ha colpito, in primo
luogo, il governo dell'Unione (e alcune figure, come Mastella, in
particolare).

2. Il senso di incertezza, alimentato dalle politiche del governo ma
soprattutto dalle polemiche nel centrosinistra. L'enfasi sulla
flessibilità del lavoro e, al tempo stesso, la difficoltà di
riformare le pensioni hanno comunicato l'idea di un welfare costruito
senza cura per i giovani. Certi che il loro lavoro sarà incerto.
Almeno quanto il futuro.

3. La distanza dal linguaggio e dai temi della vita quotidiana che
anima la comunicazione politica, soprattutto del centrosinistra.
Anche la campagna delle primarie, ingessata dai "vecchi" partiti. Al
centro ma soprattutto in periferia. Come poteva emozionare i giovani?
Se lo stesso Enrico Letta, "giovane" democratico per definizione, più
che ai giovani invisibili, che si sentono "precari" più
che "flessibili", sembrava rivolgersi alla platea dei "giovani"
imprenditori riuniti a Capri?

Da ciò due considerazioni finali, del tutto provvisorie.
La prima riguarda i giovani. Non sono "bamboccioni". Al contrario:
sono perlopiù "autonomi", anche quando risiedono con i genitori e si
appoggiano alla famiglia. Costretti a vivere in un mondo incerto e
instabile, sfruttano tutte le risorse disponibili. In un rapporto di
reciproca utilità e dipendenza, con gli adulti.

D'altronde, sono al centro delle strategie di consumo e di marketing;
ma anche delle attenzioni e delle preoccupazioni dei genitori. Che
non li lasciano crescere. Ed essi accettano (o fingono) di non
crescere. Se fa loro comodo. Questa condizione di "centralità"
comunicativa e affettiva li rende più reattivi verso quanti li
ignorano. Oppure non parlano la loro lingua. La politica li ignora.
Il centrosinistra, oggi, non parla la loro lingua. La seconda - e
conclusiva - considerazione riguarda il Pd. Veltroni ha ragione
quando sostiene che non è possibile "tenere il vino nuovo dentro
botti vecchie". Ma solo in parte. La verità è che botti troppo
vecchie impediscono al vino nuovo di entrare. E corrompono il poco
che entra. Per cui, la questione vera non è costruire otri nuovi. Ma
eliminarli.

Fuor di metafora: costruire un partito senza militanti, senza
iscritti e senza sezioni. A differenza di quanto ha sostenuto ieri
Michele Salvati, riteniamo che non ce ne sia bisogno. La militanza,
la partecipazione, le associazioni: in questa società iperpolitica,
sono fin troppo diffuse. Il partito deve solo intercettarle. Non può
essere un "otre", un recipiente chiuso. Ma un "luogo" aperto, dai
confini mobili. Non un partito "personale", ma un
partito "personalizzato". Affollato di persone. Che
selezioni "persone" capaci di governare. Persone. Che non abbiano il
futuro dietro alle spalle. Solo così potrà parlare ai giovani ed
essere ascoltato. Solo così potrà liberarsi del passato.

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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