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Magda Negri

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Il Riformista, 8 novembre 2007 - Pd lo spettro della prima repubblica - di Giorgio Merlo

Non ha senso parlare di discontinuità se finiamo tutti nella corrente del leader

La prima riunione dell'assemblea costituente del Partito democratico a Milano ha confermato la spinta al rinnovamento e al cambiamento che caratterizza il nuovo partito. Un partito che non può invocare astrattamente la "discontinuità" organizzativa e poi limitarsi a percorrere le strade tradizionali della politica italiana.Un partito che richiede circolarità di classe dirigente non può ridurre questa spinta a una sorta di appello retorico e irrilevante.
Un partito che parla apertamente di superare le correnti tradizionali difficilmente potrà essere declinato per spazi correntizi. Insomma, se le parole hanno un senso saranno solo e soltanto i fatti a confermare queste intenzioni e questi appelli.

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Ma, nel momento in
cui si costruisce un partito, è pur vero che vanno fugati tutti gli
equivoci che possono rallentare e ostacolare un reale e non virtuale
processo di rinnovamento della politica italiana. A partire proprio
dalla costruzione organizzativa del Partito democratico.
Innanzitutto va salvaguardata la natura "plurale" del Pd. E,
pertanto, non avrebbe alcun senso comprimere il pluralismo culturale
nella definizione degli stessi organigrammi del partito. Non è un
problema di posti da rivendicare o prebende da ottenere. Molto
semplicemente non si possono rispettare il pluralismo delle culture
e delle biografie che compongono il Pd e poi limitarsi, come si
faceva nella Prima repubblica, a costruire una sola corrente, quella
del segretario. Un vecchio trucco politico e organizzativo che
conosciamo troppo bene e che, normalmente, è destinato ad essere
sconfitto nell'arco di poco tempo. Il rigoroso rispetto del
principio democratico va di pari passo al rispetto dello stesso
pluralismo che non può essere riconducibile solo al segretario di
turno. Sotto questo aspetto, la conclusione di Veltroni a Milano e
l'intervento alla recente assemblea dei deputati e senatori del Pd
sono stati chiari ed efficaci: e cioè, il Pd non sarà un "partito
leaderista". Pertanto, le stesse assemblee di partito ai vari
livelli non saranno costruite dal centro ricalcando il modello
plebiscitario ma rispettando le articolazioni che compongono il
nuovo partito. Certo, un tempo queste articolazioni si chiamavano
correnti; oggi si definiscono "tendenze". Ma il confronto
all'interno del partito non si può azzerare né, d'altro canto, si
deve censurare chi lavora per rimarcare la propria specificità
seppur nella costruzione del progetto complessivo. Sarebbe singolare
se il dibattito e il confronto interno dovessero essere ridotti
all'acclamazione o alla rinuncia alla propria specificità. Tocca
semmai ai gruppi dirigenti costruire quella "sintesi" politica e
culturale che resta la proposta del partito. Una proposta che
inesorabilmente è il frutto di contributi diversi nel pieno rispetto
delle storie che caratterizzano le varie biografie presenti nel Pd.
Ora, per salvaguardare la democrazia dei partiti e nei partiti, non
si potrà eludere il tema di come viene disciplinata l'adesione al
partito. Se la tradizionale tessera è foriera di critiche e di
degenerazioni, è bene sapere quale sarà il metro democratico che
regola la vita interna al Partito democratico. L'alternativa non può
essere soltanto rappresentata dalla delega totale al segretario o
dal ricorso sistematico alla piazza. Credo non sia immaginabile
organizzare una campagna permanente delle primarie. Uno strumento
utile ed indispensabile, come ha rilevato Veltroni, che non può
essere però snaturato facendone un uso smodato e ripetuto. Il
rischio concreto, in questi casi, è quello di trasformare la
cosiddetta "scelta" dei cittadini in una sostanziale "ratifica" dei
cittadini. Ecco perché, come diceva Franco Marini, in
un'organizzazione democratica qual è un partito, il tema
dell'adesione non può essere semplicisticamente eluso o rubricato ad
un fatto secondario. Normare il tesseramento, prevedere una
adesione, disciplinare la partecipazione al partito sono temi
decisivi che andranno affrontati con serietà e competenza senza
appaltare il tutto all'improvvisazione e alla casualità. Un partito
di massa e popolare come il Pd si gioca buona parte della sua
credibilità anche su questo versante.
Come, del resto, non può essere banalizzata l'affermazione di
Veltroni a Milano quando ha sottolineato che i candidati non saranno
più scelti dagli «apparati» di partito ma «indicati» dai cittadini
elettori. Un'affermazione importante in vista della nuova classe
dirigente del Partito democratico. E, se la scelta dei candidati a
tutti i livelli sarà affidata ai cittadini, credo che l'impegno
andrà mantenuto sino in fondo. E cioè, le liste bloccate saranno
abolite, sia nella scelta dei gruppi dirigenti del partito sia nelle
indicazioni dei candidati ai vari livelli di governo. E, su questo
versante, si dovrà conciliare la scelta dei cittadini, libera e
responsabile, con la garanzia di una rappresentanza di genere. In
sintesi, se è il cittadino elettore a scegliersi i candidati alle
elezioni, il partito non potrà presentarsi con delle corsie
preferenziali, e cioè garantendo delle quote riservate che non si
misurano con le indicazioni dell'elettorato. Su questo versante sarà
bene essere molto chiari per evitare che le primarie si riducano ad
un esercizio folkloristico e dannoso per il rispetto della
democrazia. Se si vuole intraprendere questa strada, impegnativa ma
esaltante e radicalmente innovativa, si deve accettare che si è
tutti in discussione e non possono essere previste forme di tutela e
di garanzia per chicchessia. La democrazia è un metodo credibile se
la si rispetta sino in fondo. Del resto, il Pd non può non
recuperare sino in fondo un vecchio principio democratico, e cioè il
partito è credibile se è un "partito di liberi ed uguali". Le corsie
preferenziali, le tutele di potere e le garanzie extra democratiche
non potranno avere alcuna cittadinanza. La credibilità di un
progetto politico e culturale qual è il Partito democratico la si
misura prevalentemente da come declinerà la democrazia nella sua
organizzazione interna. Veltroni questa sfida l'ha accettata sino in
fondo. Tocca a tutti coloro che si riconoscono nel Pd far rispettare
il principio democratico. Solo attraverso questo percorso sarà
possibile contribuire ad un vero cambiamento della politica italiana
attraverso una vera e non finta "discontinuità".

 

 

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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