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Magda Negri

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l'Unità - 13.12.07- Il no della senatrice - Furio Colombo

«Binetti e Turigliatto non sono uguali», dice il Senatore Giorgio Tonini al Riformista (11 dicembre) per giustificare il sorprendente no della senatrice Binetti che - per ragioni religiose - nega la fiducia al governo Prodi.

Tonini ha ragione, a patto di rovesciare il senso della sua frase. Da Turigliatto si può (si deve, io credo) dissentire, ma non c'è niente di illogico nel suo negare il voto a Prodi. Vuole un'altra politica, si accorge di non essere al posto giusto nel momento giusto. Lo dice chiaro e paga il prezzo del non ritorno. Sapeva che si sarebbe separato, per ragioni che gli importavano, e si è separato. L'esclusione dal suo partito è un'altra cosa, non di questa stiamo parlando ma della vera conseguenza della sua decisione. Ha detto no, è uscito dal gruppo che lo aveva eletto e sta andando per la sua strada. (leggi tutto!)

 

La Binetti invece ci sta dicendo che siamo noi a sbagliare.

«Noi» non vuol dire cattolici e non cattolici, o più o meno
credenti. «Noi», detto dalla senatrice Binetti, vuol dire non
obbedienti. Qui l'obbedienza è a una particolare interpretazione di
un potere religioso che è anche un potere statuale, dunque politico,
e che si situa fuori da una linea di confine. Definiamo la parola
appena usata, confine. Quale confine? Di chi? Di che cosa?

Ciò che rende il caso Binetti quasi certamente unico e molto diverso
dal dissenso ideologico o dalla separazione politica è una forma di
estremismo per il quale l'interessata non ha dato una spiegazione.
Il fatto è che la senatrice Binetti si è gettata con sprezzo del
pericolo (il pericolo grande e imminente di far cadere il governo e
liquidare un periodo della vita italiana) per un brivido di
ubbidienza a un ordine di cui non si ha notizia pubblica. Come
nel "Deserto dei Tartari", a forza di scrutare e di stare in
guardia, ha visto il nemico (non gli omosessuali ma i disubbidenti
all'ortodossia di una gerarchia che nasconde la mano) e ha lanciato
l'arma del no, che avrebbe potuto spaccare la coalizione di governo.
Per fortuna, nella concitazione del momento, ha sbagliato il colpo e
non ha leso (non ancora) organi vitali.

Ma ha fatto un danno molto grande, ha creato una spaccatura
pericolosa - fatta di disagio, diffidenza, legame strappato,
disprezzo - per una ragione del tutto sconnessa col gesto e la
ferita arrecata. In che senso? Ma perché l'impegno a condannare in
ogni modo le discriminazioni comunque motivate contro la dignità
delle persone, è già previsto dalla Costituzione italiana che non
richiede autorizzazioni religiose. È già in vigore da sessant'anni.
E allora dire no alla Costituzione è più sorprendente, più strano e
dirompente che dire no a un governo.

Oppure quel "no", salutato da uno scroscio di applausi della
distruttiva opposizione berlusconiana voleva dire assestare un colpo
sproporzionatamente duro (potenzialmente definitivo) al governo, e
diventare protagonista di una sequenza imbarazzante per la
maggioranza, degna di festa degli avversari. E tutto ciò per futili
motivi. "Futile", qui, vuol dire del tutto sconnesso con la portata
di una ribellione e dissociazione totale. Quella dissociazione
totale ha portato all'attenzione di un Paese stupito poche righe
inserite in una lunga legge sulla sicurezza solo per confermare la
repulsione - che in Italia per fortuna prevale fra credenti e non
credenti - contro ogni possibile gesto di discriminazione per
ragioni sessuali. È la civile ovvietà di quelle righe clamorosamente
respinte dalla Binetti con una netta dissociazione da un governo
mite e prudente, più prudente di quasi ogni Paese d'Europa, in
materia di rispetto delle libertà private, è la civile ovvietà di
quelle poche righe a creare stupore e amara sorpresa. Spiace
constatare che tutto ciò che è stato detto dopo, dalla senatrice
Binetti (che trova i gay «straordinariamente intelligenti», una
infelice assonanza con «l'elogio degli Ebrei e delle loro qualità
uniche» da parte di chi intende comunque sottolinearne la diversità)
non chiarisce il perché di un gesto allo stesso tempo drammatico e
futile, salvo che come forma di autocertificazione di esclusivismo
cattolico. E ripete il richiamo a una «questione di coscienza»
francamente imbarazzante. Chi può dire, in quest'epoca, in questa
Italia, e sia pure da una zona oscura della Chiesa di Ratzinger che
un credente non può, non deve votare in favore della protezione di
un essere umano, senza avere prima raccolto informazioni precise sul
suo stile di vita?

L'imbarazzo aumenta quando interviene Monsignor Fisichella, vescovo,
docente di Università pontificia, cappellano del parlamento. Dice
l'assistente spirituale di Deputati e Senatori credenti: «Quando ci
sono coalizioni, il problema è sempre il rispetto delle identità. Se
non c'è, mi pare difficile arrivare a soluzioni condivise,
Soprattutto non bisogna pensare di avere la verità in quanto laici».

L'affermazione o è priva di senso logico (se l'identità è fissa e
rigida, la "soluzione condivisa" può essere soltanto la resa) o è
allarmante per il sarcasmo dedicato ai laici, che si permettono di
avere una loro verità. Ma il vescovo-docente-cappellano e padre
spirituale del Parlamento aggiunge una incredibile frase in
più: «Troppo facile accusare di fondamentalismo chi dissente quando
non si vogliono rispettare le regole del gioco democratico. Così si
impedisce anche la possibilità di arrivare a compromessi che
riescano a salvaguardare le differenze» (il Corriere della Sera, 11
dicembre 2007). Traduzione: democrazia è solo ciò che avviene sotto
il vessillo vaticano. Compromesso è solo rimuovere da una legge ciò
che il Vaticano - tramite Binetti - non vuole. O cancellare tutta la
legge, come è avvenuto per i pacs-dico-cus. O come si sta per fare
per la legge sul testamento biologico.

Inevitabile trarre due conclusioni. Eventi del genere, ovvero la
esibizione di un estremismo religioso estraneo ai percorsi (dare,
avere, spiegare, compromettere) della ragione, non erano mai
accaduti in questa Italia pur così sensibile non tanto alla
religiosità quanto alla autorità religiosa. Certo, non era mai
accaduto prima del papato di Ratzinger. Evidentemente questo governo
vaticano sta concentrando tutte le sue risorse di influenza,
intimidazione e controllo dei media esclusivamente sull'Italia, il
suo Parlamento, il suo governo. Infatti non si ha notizia di
comportamenti del genere in ogni altro Paese democratico cattolico,
né una simile mancanza di rispetto per un altro governo. E anche: il
no della Binetti non è che un avvertimento. Intima di non provare
mai più i percorsi della disubbidienza a ciò che lei considera
ortodossia. Ci hanno detto che - se e quando lo riterranno
necessario - non ci penseranno un istante e, come camionisti e
tassisti, il loro blocco scatterà subito. La coscienza degli altri
interessa poco. La verità dei non sottomessi? Non scherziamo.

 

 

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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