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Magda Negri

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Il Riformista, 23 gennaio 2008 - Ma il Pd lavora al dopo-Prof di Stefano Cappellini

La prospettiva che Romano Prodi possa salvare il suo governo, magari per un voto, magari con un acquisto di ultim'ora tra le file del centrodestra, è per i vertici del Pd - Walter Veltroni in testa - non
meno inquietante del precipizio verso elezioni anticipate.
Ieri Gianfranco Fini raccontava in Transatlantico un aneddoto significativo: «Ero presente mentre un giovane deputato del Pd faceva conti su conti per dimostrare che al Senato è possibile ottenere la fiducia. Vicino a lui c'era un pezzo grosso, che lo ha smontato così: "Se ci salvassimo per un voto, il giorno dopo il salvatore andrebbe da Berlusconi a trattare il suo passaggio dall'altra parte"».(leggi tutto)

Senza svelare l'identità dei protagonisti della scenetta
(«Dico il peccato, non il peccatore»), Fini voleva argomentare la
convinzione che non vi sia alternativa al voto anticipato. Ma il suo
appello al Quirinale («Napolitano si ricorderà di ciò che ha detto un
anno fa, sulla necessità di una maggioranza politica senza senatori a
vita») è condiviso anche da quanti - specie nel Pd - si muovono in
senso contrario, per scongiurare elezioni in primavera.
Il Colle considera fondato il memorandum di Fini. E non ha cambiato
idea rispetto a un anno fa. Non solo: l'ostinazione con cui Prodi sta
cercando di restare in campo è fonte di grande preoccupazione per il
capo dello Stato, che vede il rischio di una paralisi istituzionale
in caso di sopravvivenza forzata dell'esecutivo. La partita non si
chiuderebbe insomma con un voto risicato. Di certo, Napolitano si
muoverà con grande decisione per impedire che si torni alle urne con
l'attuale legge elettorale.
Troverà un alleato in Walter Veltroni. Il leader del Pd non può
permettersi di lasciare la minima impronta sulla caduta di Prodi, e
per questo ripete che la crisi va scongiurata. Ma è il primo ad
augurarsi che l'agonia non si prolunghi oltre. Quanto al dopo, il
sindaco di Roma si è espresso chiaramente sullo scenario del voto
anticipato parlando ai gruppi parlamentari: «Sarebbe la soluzione
peggiore per il paese». Ma Veltroni ha il problema di convincere
Berlusconi a sedersi intorno a un tavolo e trattare una via d'uscita
conveniente a entrambi. L'obiettivo di base, nel caso il leader
forzista si mostrasse inflessibile sulla volontà di andare al voto, è
il rilancio del patto di autarchia. «Non posso credere che Berlusconi
voglia andare al voto rispolverando la Cdl», dice il segretario
democratico, determinato a presentarsi alle urne in solitaria anche
col Porcellum. «Sarebbe una delusione per gli elettori del
centrodestra trovarsi di nuovo, dopo tutto quello che è successo in
questi anni, con una coalizione sempre più larga, confusa ed
eterogenea». La diplomazia veltroniana non dispera però di convincere
Berlusconi a un passo ancora più ardito: contribuire al varo di un
governo a tempo per le riforme, con il traguardo delle elezioni
fissato a primavera 2009. Secondo Veltroni, il Cavaliere potrebbe
essere sedotto da una serie di argomenti: iscriverebbe il suo nome
tra i padri fondatori della Terza repubblica, con tutto quel che ne
consegue sulle prospettive di cursus honorum; potrebbe avvalersi di
una legge elettorale che gli consenta di scrollarsi definitivamente
di dosso gli alleati; potrebbe scongiurare l'arrivo al governo in un
momento di crisi istituzionale e con i venti di recessione che
spirano dagli Stati Uniti verso l'Europa. Basterà?
Veltroni non è l'unico a muoversi per preparare il dopo-Prodi.
Sull'asse Pd-Udc si registrano molti movimenti. Massimo D'Alema
ritiene indispensabile battere qualsiasi via per scongiurare le urne.
E il suo interlocutore privilegiato è Pierferdinando Casini, il quale
è sì determinato a raccogliere Mastella e a proseguire nella
costruzione del terzo polo, ma ritiene prematuro un battesimo della
Cosa bianca fra pochi mesi. E la posizione di Casini potrebbe
rivelarsi determinante, durante il giro di colloqui al Quirinale, per
far pendere la bilancia dalla parte dei sostenitori di un governo di
scopo. Ma l'asse D'Alema-Casini è alternativo, e non cumulabile, a
quello Veltroni-Berlusconi. Il primo prefigura un'alleanza futura tra
Pd e centro cattolico fondata su un modello elettorale di tipo
tedesco; il secondo sarebbe una Grande Coalizione finalizzata a
edificare un bipolarismo Pd-Pdl. Strategie inconciliabili.
Ma inconciliabile potrebbe rivelarsi anche il piano autarchico di
Veltroni, davanti alle spinte nel Pd e nel centrosinistra per
rimettere in piedi una coalizione sulle medesime fondamenta
dell'Unione. Un Prodi disarcionato sarebbe il primo a schierarsi
contro la navigazione solitaria dei democrat, invocando la continuità
di azione rivendicata ieri nel suo discorso alla Camera e magari
minacciando la ricandidatura. Bastava ascoltare ieri la formula
prudente di Pierluigi Bersani per capire quanto scetticismo gravi sui
piani di Veltroni nel suo stesso partito: «Il Pd da solo alle
elezioni? Tutto si può fare nella vita. Ne discuteremo...». Ma per
Veltroni c'è poco da discutere: soltanto correndo da solo può marcare
una rottura rispetto al passato e sperare, trainando il Pd a una
grossa affermazione, di restare in sella pur sconfitto.

 

 

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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