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Magda Negri

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8/4/2008.
Luca Ricolfi su queste colonne ha spiegato le ragioni di quei cittadini che alle prossime elezioni forse sceglieranno il «voto non voto». Si tratta di una scelta consapevole che parte dal convincimento che le forze politiche in campo non sono in grado di garantire la soluzione dei problemi del Paese.

Quindi non ci sarebbero «voti utili» ma solo voti inutili. Cioè il «voto non voto» non sarebbe un cedimento all'antipolitica ma, secondo me, un atto di chi ha un alto concetto della politica come mezzo per governare e dare risposte alle esigenze dei cittadini. Le analisi e le conclusioni di Ricolfi non mi stupiscono anche perché per molti versi sono condivisibili. Tuttavia proprio quelle analisi ci suggeriscono altre riflessioni, su cui ha ragionato ieri anche Andrea Romano. Dice Ricolfi: «Se fossi fascista voterei il partito della Santanchè, se fossi comunista voterei il partito di Bertinotti... non essendo né fascista né comunista mi sento in trappola». Aggiungo io, chi considera essenziale la presenza autonoma dei socialisti o di una formazione cattolico-democratica vota per il Partito socialista o per l'Udc. Insomma, i partiti che hanno un'identità, secondo Ricolfi, non sono votabili perché rispondono a ideologie non condivisibili (e sono i partiti «minori»), i partiti «grandi» (Pd e Pdl) non hanno una «ideologia» ma non sono votabili perché hanno politiche contraddittorie, equivoche, e non daranno risposte ai problemi. Sono partiti pigliatutto ma non sono in grado di dare niente. L'analisi di Ricolfi, però, conferma il fatto che la democrazia esiste se ci sono i partiti che hanno identità e vitalità democratica, cioè se sono in grado di produrre e rinnovare una parte essenziale delle classi dirigenti del Paese. Questo nodo, quello dei partiti, non è stato sciolto nel corso di questa lunga e inconcludente transizione. Si è criticata, a volte giustamente altre no, la «partitocrazia» senza indicare una strada per rinnovare i partiti. Si è parlato di crisi delle ideologie per giustificare spesso il trasformismo più indecente. E i due partiti «grandi e deideologizzati» sono diventati contenitori di tutto e il contrario di tutto, con l'esito, ai fini della governabilità, indicato da Ricolfi. Il «voto non voto» può esercitare un'influenza positiva per dare ai partiti un'anima, programmi coerenti e gruppi dirigenti che non siano identificabili in una monarchia o in una oligarchia circondate da fedeli esecutori? Non credo, anche se sono convinto che queste elezioni non ci faranno uscire da una crisi di sistema e, qualunque sia l'esito, non ci sarà governabilità decente. La democrazia senza governabilità rischia di logorarsi e di decomporsi. Non mi sfugge, quindi, il fatto che si corrono pericoli seri. Ma pensare che bastasse fare due partiti «grandi» mettendo insieme ciò che insieme non sta per governare, è un'illusione. Pericolosa illusione. In questo quadro non votare può, su un altro versante, indebolire la democrazia. Votare anche per un partito «minore» può stimolare, invece, una riaggregazione di forze che abbiano una comune radice e un possibile progetto per il domani. Dire la verità, questa verità, è un contributo ad aprire una riflessione sui partiti. Infatti queste elezioni forse possono far maturare il convincimento che occorre ripensare il ruolo dei partiti, facendo un'analisi reale, non propagandistica di cosa oggi essi sono veramente e cosa dovrebbero e possono essere. Ricordiamoci che la Costituzione dà un ruolo forte ai partiti e la nostra è ancora una democrazia parlamentare. Fingere il contrario, come fa il vicesegretario del Pd Franceschini il quale richiama il voto per le presidenziali in Usa al fine di incitare a votare in Italia solo uno dei due candidati, è una mistificazione. Le riforme costituzionali e istituzionali non si fanno con le parole e inventando un bipartitismo che non c'è. Se si vuole una democrazia presidenziale, non più parlamentare lo si dica: non è eversivo proporlo. Ma non si può, su tutto, anche sulle istituzioni, volere la botte piena e la moglie ubriaca. È questo modo d'agire che sollecita il «voto non voto». Ma bisogna reagire.

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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