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Magda Negri

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15 Aprile

Abbiamo sbagliato molte cose. Molte analisi e previsioni. Abbiamo sbagliato a pensare che il quinto ritorno di Berlusconi sulla scena sarebbe stato forse vincente, ma non convincente, né comunque tale da riaprire una stagione di governo stabile della destra. Non sarà così, perché da oggi Berlusconi ha tutte le carte in mano e soltanto il dovere di corrispondere agli impegni assunti: perfino la maggioranza ampia al senato, che aveva chiesto, è sua.


Il rapporto fra quest’uomo e l’Italia, a questo punto, assume effettivamente una dimensione storica. Sarà lui a decidere quando il proprio ciclo terminerà, e intanto tocca a lui decidere che tipo di rapporto instaurare con l’opposizione: se vorrà tener fede alle cose dette, avremo un assetto finalmente europeo occidentale pieno, con rapporti politici talmente chiari da consentire a tutti liberamente di decidere se partecipare o meno, per esempio, alle scelte di riforma delle istituzioni.
Senza larghe intese, senza confusioni.

Abbiamo poi sbagliato ad amplificare – ma qui c’entrano l’entusiasmo e anche il dovere di una campagna elettorale – la forza del recupero del Partito democratico rispetto alla deficitaria situazione ereditata dall’Unione. Rimaniamo convinti che Walter Veltroni abbia fatto esattamente ciò che andava fatto, e nel modo migliore date le circostanze. Anzi, tutto ci dice che se non fossero state fatte le scelte di rottura che sono state fatte, oggi saremmo di fronte a un disastro senza domani. Invece non è così.
Terzo errore di analisi, che risale più indietro nel tempo: pensare che la drastica opzione riformista del Pd avrebbe lasciato spazio libero alla propria sinistra. Accade il contrario, con comunisti e verdi cancellati dal parlamento. La disfatta ha tali dimensioni da non potersi spiegare solo come effetto della polarizzazione antiberlusconiana: gli elettori hanno punito chi s’è chiamato fuori dalla sfida e dalla responsabilità di governare, dopo essersi mostrato insoddisfatto e insofferente quando ha avuto la chance di contare.
Qualcosa su cui non abbiamo sbagliato però c’è: l’Italia sarà bipartitica.
Molto si è scritto sulla distanza fra politica e cittadini. Stavolta però bisogna riconoscere che un paese intero ha apposto il sigillo alla forzatura operata dalle leadership di Pd e Pdl sia nei confronti del quadro politico (tagliare le rispettive alleanze), che nei confronti della stessa legge elettorale.
Veltroni prima e Berlusconi poi hanno mostrato di aver colto per tempo la domanda più diffusa fra gli italiani, quella di una semplificazione del panorama politico e della polarizzazione fra due grandi formazioni entrambe vocate innanzi tutto al governo.
Stasera – in una sera che certo non è felice – questa prospettiva ci appare per la prima volta irrevocabile.
È un cambio di sistema, è la prima scossa che la politica è in grado di dare a se stessa da molto tempo. Ed è un fatto inequivocabilmente positivo, sia pure dentro una sconfitta politica, sia pure nel momento di prendere atto che in questa Italia divisa in due, le due parti non sono alla pari.
A l t r e t - tanto irrevocabile, proprio perché strettamente connessa a questo dato di sistema essendone stata la levatrice, ci appare quindi la fondazione del Partito democratico di Walter Veltroni.
Si sentono in queste ore voci rabbiose, accuse roventi, recriminazioni amare. A sinistra tutti coloro che hanno perso – tranne la singola persona, inappuntabile, di Fausto Bertinotti – scaricano su Veltroni le proprie colpe.
Si capisce pure. Loro non possono vedere (ma nel Pd dovrà essere molto chiaro a tutti, da subito) che se le politiche progressiste e riformiste in Italia hanno ancora un futuro, dopo le ripetute delusioni impartite agli italiani dal centrosinistra, è proprio grazie alla nascita del Pd, ai suoi caratteri, a come Veltroni l’ha condotto.
Iniziato solo pochi mesi fa, il lavoro è incompiuto. La prima metà dell’opera è stata chiamare al Pd tutti gli elettori di sinistra ormai perfettamente maturi, che non tollerano più nel 2008 di dover votare per chi in partenza vuole solo gratificarsi all’opposizione.
Rimane il resto, che è molto.
Cioè tornare pazientemente a rivolgersi all’altra Italia, a quell’Italia (certo non popolata da mascalzoni, evasori fiscali o creduloni) che ancora stavolta non s’è fidata del centrosinistra.
Veltroni ha ricominciato a farlo ieri sera, con un gesto che non è solo di correttezza (quella mai dimostrata da Berlusconi in situazioni analoghe), ma è già fondativo della strategia del Pd. E della costruzione del suo domani.

 

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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