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Magda Negri

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28.04.08 Il leader del Pd vuole chiudere la bocca al Riformista, e noi parliamo. 

Noi vogliamo bene a Walter Veltroni. Ne abbiamo apertamente sostenuto il tentativo di rimonta anche se sapevamo, e scrivevamo, che la rimonta la stava facendo Berlusconi, incurante di Clooney, di Jovanotti, e perfino della Madia. Pubblichiamo di tanto in tanto i pregevoli articoli che ci invia. E se dovessimo scrivere un libro affideremmo certamente a lui la prefazione: è uno specialista del genere. Però ci aspettavamo che la prima uscita dopo il 25 aprile l'avrebbe dedicata a difendere Giorgio Napolitano dagli insulti di Grillo, o il deportato Piero Terracina dai fischi di Roma, o almeno l' Unità dai vaffa di chi vuole chiuderla perché «manda ogni giorno 60 mila copie al macero». 


Invece il virus grillino deve aver contagiato Veltroni, forse a causa del contatto fisico con Di Pietro.
E così anche lui si è messo in testa di chiudere la bocca a un
giornale: il nostro. In quanto piccolo, il Riformista dovrebbe star
zitto. Dice Veltroni all' Unità: «Vendono duemila copie e fanno la
spiega a noi che abbiamo preso 12 milioni di voti». Per lui, come per
Grillo, i numeri contano più delle idee. Non è molto democratico, ma
va bene. Parliamo dei numeri.
I nostri sono piccoli, si sa; anche se non c'è stato un giorno della
nostra pur breve storia, neanche il più cupo, neanche quelli in cui a
Veltroni piacevamo, da duemila copie. Anzi, dalla Walterloo
elettorale in poi affoghiamo nelle copie vendute il dolore per la
sconfitta del Pd, e al momento non mettiamo limiti alla provvidenza.
Se fossimo così insignificanti, Veltroni non ci degnerebbe di tanta
attenzione. E se proprio vuol divertirsi a fare l'editore, può
provare a non chiudere per la seconda volta l' Unità. I nostri numeri
sono fatti nostri; ciò che dovrebbe contare è ciò che diciamo. E ciò
che stiamo dicendo è che Veltroni ha perso le elezioni. Facciamo un
po' di conti. Due anni fa, alla Camera, Fassino e Rutelli presero con
l'Ulivo 11 milioni e 931mila voti; Veltroni ha preso 12 milioni e
93mila voti. Cioè solo 162mila voti in più. Stavolta, però, si erano
aggiunti i radicali, i cui voti sono stati stimati dall' Unità in
300mila. Se così fosse, se ne dovrebbe dedurre che Veltroni, di suo,
ha perso 138mila voti. Aggiungete che due anni fa al risultato
dell'Ulivo si affiancava un dieci per cento della sinistra radicale,
che stavolta è diventato il tre; e potrete verificare come, con
l'eccezione della gioiosa macchina da guerra di Occhetto, il
centrosinistra non era mai stato battuto così abissalmente da
Berlusconi: non Prodi, che ha vinto due volte, né Rutelli, che la
rimonta la fece davvero nel 2001. Il problema dovrebbe dunque essere
che fare, per evitare il rischio di default tra un anno alle Europee,
quando il Pd sparerà - per dirla alla Bettini - il suo secondo e
forse ultimo colpo in canna.
Diciamo queste cose senza nessun compiacimento. Le hanno del resto
scritte sul nostro giornale anche sinceri sostenitori del Pd.
Veltroni invece, forse viziato dagli osanna che la stampa gli ha
sempre dedicato, non sopporta che noi le diciamo e, come le signore
attempate che si tolgono gli anni, si aumenta i voti. Dice 34%,
invece di 33,1%. Festeggia i voti persi dalla Pdl, che però sono
andati alla Lega. Si inebria delle provinciali, e le elegge a unico
vero confronto elettorale. Che senso ha, tutto ciò? È questo il
compito di un leader? Potrebbe dire: è già un miracolo aver perso
solo 138mila voti dopo due anni di governo Prodi, e saremmo tentati
di dargli anche ragione. Ma se si intesta come un trionfo personale
percentuali che il Pci di Berlinguer già prendeva nel '75, nel '76 e
nell'84, qualcuno gli dovrà pur dire di scendere dal pero e tornare
tra i mortali.
Ciò che dovrebbe preoccupare il Pd, infatti, è il nervosismo del suo
segretario. Già di suo, Veltroni non è tipo da traversate nel
deserto. Non sa gestire le sconfitte. O se ne libera prima che
arrivino, come fece nel 2001 lasciando i Ds in campagna elettorale, o
le nega dopo che sono arrivate. Non è ciò che serve oggi al Pd.
Goffredo Bettini, in un articolo bello e onesto pubblicato sul nostro
giornale, ha invitato il nuovo partito a imparare a tenere botta. Il
problema è: Veltroni è in grado di tenere botta?
Al momento vediamo solo un gran confusione, e Dio non voglia che sia
aggravata da una sconfitta a Roma (dove Rutelli farebbe carte false
per quei duemila che Veltroni irride, visto il testa a testa con
Alemanno). Un leader deve rappresentare tutto il partito, non
pretendere di impadronirsene. Non è onesto dire - come fa Veltroni -
che se perde le elezioni in Italia è colpa di chi c'era prima al
governo: mentre se perde a Roma è colpa di chi c'è adesso, Rutelli.
All' Unità che gli chiede: «I giornali della destra dicono che se
perde la sua leadership risulterà indebolita», lui risponde: «Sarebbe
vero se fossi stato candidato sindaco». Vuol dire che se si perde,
perde solo Rutelli?
Altro esempio: Veltroni dice che il Pd è una cosa così nuova che non
si può nemmeno confrontarne i risultati con quelli dell'Ulivo, ma poi
conclude che i capigruppo di questa cosa nuovissima devono restare
quelli dell'Ulivo. Perché? Stanno già giocando le solite partite
personali e di potere nel Pd? Ce ne dispiacerebbe molto. Perché, come
abbiamo detto, a Veltroni vogliamo bene. Ma più ancora ne vogliamo al
Pd.

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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