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Magda Negri

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Europa, 29 aprile 2008 - Fine di un mondo, non fine del mondo

Non è la fine del mondo. Però è la fine di un mondo. Di un mondo che è stato anche il nostro, e che ieri spariva come in un'eclissi, oscurato da migliaia di voti popolari del centro e delle periferie romane, travolto dal corteo dei tassisti urlanti, ricoperto delle bandiere della destra più aggressiva d'Italia, infine vittoriosa a pieno titolo.


Cambia il segno del risultato del 14 aprile, questo è chiaro. E c'è
da dire e da fare molto, in proposito. Prima però occorre guardare
fino in fondo negli occhi la sconfitta nella città simbolo del
Partito democratico, le sue ragioni e le sue conseguenze, intanto
sulla città medesima.
Per la prima volta nella sua storia, la Capitale avrà un sindaco
proveniente dalla giovane destra postfascista, un uomo cresciuto
nelle strade e nelle sezioni missine.
Un uomo che però è stato preferito, e votato anche da elettori
progressisti, senza che il suo passato rappresentasse il minimo
handicap.
Pare perfino che aver scelto questo tasto nel ballottaggio, per il
centrosinistra, si sia rivelato controproducente: si cercava di
richiamare al voto la sinistra radicale, evidentemente un numero
molto maggiore di elettori ha avvertito una nota stonata, diversa da
quelle che il Pd ha suonato negli ultimi mesi.
C'è una richiesta di discontinuità, a Roma, molto forte.
Discontinuità rispetto al passato recente dell'amministrazione, ma
più in generale rispetto a un sistema di potere diffuso che, dopo
aver garantito onestà, cambiamenti e buongoverno per quindici anni,
ha finito per rappresentare un blocco, o comunque per essere vissuto
come tale. Non solo dagli avversari politici che lo denunciavano
(ansiosi di sostituirlo con un altro, vedremo se simile a quello
edificato da Storace alla Regione Lazio), ma da interi pezzi di città.
Paura e sicurezza sono stati i temi-chiave.
Ora toccherà alla destra, dopo averlo promesso, mostrare come si
usano le maniere forti in una metropoli moderna e multiculturale.
Rutelli è sicuramente lo sconfitto di ieri, anche personalmente, ma
sul tema è nel centrosinistra il politico che ha lavorato di più,
nell'ascolto e nella proposta: non è bastato. Il centrosinistra deve
superare un gap di credibilità molto più grande.
La sconfitta è di Rutelli, ed è del Pd. Se ne diranno tante, anche
sulle responsabilità di Veltroni e sui suoi destini. Una cosa è
certa: la reazione democratica alla sconfitta del 14 aprile è stata,
e sembra tuttora essere, molto al di sotto dell'urgenza. Troppe
analisi consolatorie, troppe decisioni di routine – come di partito
ripiegato in difesa, non si sa bene di cosa – compresa quella sui
capigruppo parlamentari. Il vertice del Pd sbaglierebbe gravemente
se desse l'impressione di voler solo "tenere botta", magari
addirittura ridimensionando il significato del voto di Roma a dato
fisiologico, locale, magari personale.
O tutte le sconfitte recano solo un nome e un cognome, oppure sono
patrimonio e insegnamento per una collettività solidale. Ieri
Rutelli, sindaco per sette anni, ha ricevuto uno schiaffo in pieno
volto, e glielo hanno dato i suoi concittadini, non altri. Può darsi
che a posteriori si possa dire che non era la persona giusta (anche
se pareva l'unica possibile) e che ha sbagliato a caricarsi di un
onere che doveva essere affidato ad altri.
Magari personaggi nuovi sulla scena, come è stato, con successo,
Nicola Zingaretti.
Non è più solo una questione di persone però. Non lo era per Veltroni
quindici giorni fa, non lo è ora per Rutelli. Le dimensioni della
sconfitta non si spiegano così.
È molto più importante, per esempio, che nel Pd si chiarisca un punto
di strategia, del tutto evidente dopo Roma: la sua espansione a
sinistra, cominciata e consumata il 14 aprile, è già finita. Da
quella parte, ormai, il Pd è come appoggiato a un muro.
Fine della strada. Quel che ha raccolto dalla crisi dei rossoverdi,
farà bene a coltivarlo senza diventarne vittima. Quel che può tenere
affianco come alleanze (Rifondazione a Roma è stata leale con
Rutelli, anche se con esito deludente), lo tenga se può.
Ma tutto questo, messo insieme all'eterno 30 per cento della sinistra
riformista data, non gli basterà mai più per tornare a vincere, né a
livello nazionale né in grandi elezioni amministrative.
L'Italia è altrove, l'Italia è altro.

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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