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Magda Negri

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19.5.08 - Lo stato assente - Michele Salvati

Sotto l'onda di indignazione provocata dall'incendio dei campi rom di Napoli si è aperta sui giornali una cateratta di commenti, alimentati  anche dalle critiche che ci sono arrivate in sede internazionale. Molta attenzione è stata dedicata a come centrodestra e centrosinistra hanno affrontato e affrontano il problema, alle pulsioni xenofobe della Lega, alle incertezze del Partito Democratico: trattandosi di un problema con risvolti politici evidenti, e di cui si sono viste le ripercussioni nei risultati elettorali di un mese fa, questa attenzione è comprensibile.


Attenzione minore ha però ricevuto un aspetto del problema che a me sembra ovvio, e sicuramente molto importante: che il problema rom - le reazioni insofferenti e occasionalmente violente che essi
suscitano - sono anche la conseguenza dell'inefficienza dello Stato, dell'incapacità delle pubbliche amministrazioni, delle istituzioni centrali e locali, degli organi rappresentativi, nello svolgere
compiti che in altri Paesi vengono svolti con maggiore competenza ed efficacia. Sotto questo aspetto, si tratta di un problema generale, che si manifesta in molti altri campi in cui lo Stato svolge male compiti che dovrebbe svolgere bene: nella scuola, nelle infrastrutture, nel controllo del territorio.

Insieme con il Mezzogiorno, si tratta della grande «questione» del nostro Paese.
Detto in altre parole: mi rifiuto di credere che i nostri
concittadini siano più intolleranti e xenofobi di quelli di altri
Paesi di recente e rapida immigrazione: della Spagna, ad esempio,
quella che ci ha criticato, e che ospita una popolazione rom maggiore
della nostra. Anche altrove l'insofferenza è diffusa, e
comprensibile, specie nei ceti più poveri, quelli che si trovano a
maggior contatto con l'ondata migratoria: nel mercato del lavoro,
nella scuola, negli ospedali, negli alloggi. E anche altrove ci sono
movimenti politici che trovano un facile mercato nel rappresentarla e
nell'alimentarla. Ma altrove, da un lato, il sistema politico mette
al bando coloro che incitano un confuso e pericoloso «fai da te» da
parte dei cittadini e punisce duramente i colpevoli di violenze
contro gli immigrati. Dall'altro, ed è l'aspetto che voglio
sottolineare, i disagi per i cittadini sono ridotti da uno Stato che
funziona, che segue una linea politica meno oscillante e
improvvisata, che riesce a controllare meglio gli ingressi, che
predispone campi d'accoglienza civili, che reprime con efficacia
comportamenti illegali, che assicura rapidamente i delinquenti alla
giustizia.
Insomma, la xenofobia non si sviluppa perché i cittadini si sentono
protetti. Per raggiungere gli standard di altri paesi europei, una
lunga catena di decisioni politiche e soprattutto di pratiche
amministrative dev'essere programmata e messa in atto rapidamente.
Anzitutto la distinzione del problema rom (in larga misura cittadini
comunitari) da quello più generale dell'immigrazione clandestina ed
extracomunitaria: e qui è coinvolta anche la politica internazionale.
Poi un riparto efficace di competenze tra organi periferici dello
stato centrale (questure, prefetture, polizie) o organi
rappresentativi locali, i comuni soprattutto: lo scaricabarile del
not in my backyard - i campi non devono star qui ma altrove -
dev'essere risolto. Infine, e soprattutto, una interazione rapida ed
efficiente tra polizia e potere giudiziario. La polizia deve
intervenire rapidamente, i fermati vanno trattenuti e processati in
tempi brevi, se trovati colpevoli devono essere messi in grado di non
nuocere: poche notizie suscitano l'indignazione dei cittadini come
quella di un colpevole accertato che viene subito lasciato libero.
Qui sono coinvolte riforme legislative, amministrative e finanziarie.
Occorrono risorse, certo: come le nozze, una politica
dell'accoglienza adeguata non si fa coi fichi secchi. Ma soprattutto
occorrono coordinamento ed efficienza. Non credo che sia troppo
chiedere al governo una proposta dettagliata, e basata su
informazioni serie e studi comparativi, che riguardi l'intera catena
il cui mancato funzionamento alimenta l'insofferenza dei cittadini.
Non singoli anelli o decisioni ad hoc, ma un disegno complessivo, un
piano, che necessariamente deve coinvolgere diversi ministeri, gli
organi periferici dello stato e gli enti locali. E non è troppo
chiedere all'opposizione di misurarsi nello stesso compito con
proposte costruttive.
E poi, naturalmente, c'è il «problema Napoli», una città in cui si
bruciano campi rom con la stessa facilità con cui si bruciano
immondizie. Napoli è problema «speciale», e oggetto di legislazione e
interventi «speciali», da quando il nostro Paese è diventato uno
stato unitario. A Napoli si sommano e si potenziano reciprocamente le
due grandi «questioni» di State building che il nostro Paese non è
riuscito a risolvere nel secolo e mezzo della sua esistenza:
la «questione meridionale» e la questione dell'amministrazione
pubblica. Sono già all'opera comitati che predispongono i
festeggiamenti dei centocinquant'anni dell'unità d'Italia: temo che
questa ricorrenza non annovererà tra successi del nostro Paese la
soluzione dei problemi di quella bellissima e disgraziata città.

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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