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Magda Negri

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Tante ragioni non danno senso al futuro

Veltroni ha storicamente ragione. Se c è un tempo che esige l'unità della sinistra ..è questo.

Renzi ha contingentemente ragione. Tentiamo un vasto arco di alleanze per vincere in quel 30 % di collegi maggioritari e non regalarli alla destra.

Bersani ha anche lui le sue ragioni....troppe le distanze programmatiche per convincere un elettorato di sinistra più radicale a votare la nuova forza politica che si autodefinisce per differenza dal Pd.

Fassino tenterà di costruire e mediare. Ma credo che non ne sortirà nulla.

Tante ragioni non danno senso al futuro e specialmente non chiariscono un punto focale del passato.

Bisogna tornare ai primi mesi del 2017, quando si determinò la rottura sulla data e le modalità della discussione congressuale che doveva "prendere le misure" alla sconfitta referendaria e indagare i problemi della società italiana.

La minoranza volle correre al Congresso..la maggioranza, dopo qualche incertezza decise di accelerare.

Abbiamo fatto una bella Direzione dopo una analoga Conferenza programmatica...

Adesso riparte il treno e si prepara una singolare Leopolda.

Ognuno per la su strada. Ci si vedrà dopo.

Solo dopo si potrà mettere a tema il destino della sinistra italiana

"Regionali Sicilia: un’Isola dall’elettorato fluido" - Ulteriori approfondimenti sull'analisi del Cattaneo

Per ulteriori approfondimenti sull'analisi del Cattaneo 

"Regionali Sicilia: un’Isola dall’ elettorato fluido"
Si sparpaglia l’elettorato di Crocetta 2012, ma si osservano travasi fra tutte le aree politiche.
Gli elettorati di Musumeci e Cancelleri sono i più fedeli. I due candidati maggiori recuperano
anche dal “non-voto”
I risultati che sono emersi dalle elezioni regionali svoltesi domenica in Sicilia hanno mostrato
importanti cambiamenti rispetto al passato. Si è assistito, in particolare, alla grande crescita del
Movimento 5 stelle che, in termini percentuali, ha più che raddoppiato i suoi consensi rispetto a
cinque anni fa (dal 18,2% al 34,7%). L’area del centrosinistra e della sinistra si è invece
assottigliata (nel 2012 Crocetta ebbe il 30,5% dei voti, Micari si è oggi fermato al 18,7% mentre
Fava ha conservata sostanzialmente la stessa percentuale di Marano). L’area del centrodestra,
superate le divisioni di cinque anni fa (quando si presentarono Musumeci e Miccichè), è ritornata
alla vittoria, dopo la parentesi di governo di centrosinistra guidato da Crocetta, anche se nel
complesso l’ampiezza dei suoi consensi è rimasta piuttosto stabile. La percentuale ottenuta da
Musumeci nel 2017 è sostanzialmente simile alla somma di quelle di Musumeci e Miccichè nel
2012.
Ma quali movimenti di voto hanno provocato questi risultati? Come si sono prodotti i cambiamenti
che abbiamo succintamente evidenziato sopra?
L’Istituto Cattaneo, applicando la tecnica nota come “modello di Goodman” ai risultati delle sezioni
elettorali di alcune delle principali città dell’Isola, ha realizzato delle stime statistiche sui
movimenti di voto avvenuti tra le elezioni regionali del 2012 e del 2017.
Per la precisione, sono state analizzate i dati relativi a Palermo, Catania e Siracusa (le prime città a
rendere disponibili, attraverso i siti internet o i loro uffici, i dati). Quel che emerge nelle diverse
città fornisce un quadro piuttosto coerente di quanto avvenuto nell’Isola fra le due elezioni. Le
analisi sono state compiute considerando il voto ai candidati presidenti.
I flussi elettorali possono essere rappresentati in tre modi diversi.
Nelle tabelle 1, 2 e 3 il lettore troverà i flussi calcolati sul totale del corpo elettorale. Ad essere
posto uguale a 100 è l’intero corpo elettorale.
Nelle tabelle 4, 5 e 6 il lettore troverà invece i flussi in uscita. In questo caso si pone uguale a 100 il
bacino elettorale di un candidato del 2012 e si osservano come questo bacino si è ripartito nel 2017.
Nelle tabelle 7, 8 e 9 vi sono infine i flussi in entrata: ad essere posti uguale a 100 sono i voti di un
candidato del 2017. Le percentuali ci dicono le diverse origini di questi voti.
Un primo elemento da evidenziare è la notevole fluidità dell’elettorato siciliano. Gli spostamenti di
voto che osserviamo sono infatti maggiori di quelli che il più delle volte si osservano in analisi
analoghe svolte in altre parti d’Italia. Non è una novità. La Sicilia è – assieme alla Calabria – la
Regione dove più forte è l’importanza del voto personale. Per una fetta rilevante dell’elettorato di
questa regione la scelta di voto segue motivazioni legate ai singoli candidati più che le appartenenze
e le identità politiche. Per questo motivo, da un’elezione all’altra è possibile che si osservino
consistenti travasi di voti dal centrodestra al centrosinistra. Questi spostamenti si manifestano
con maggiore intensità che in altre parti d’Italia, proprio perché il voto è guidato più dal candidato
che dal simbolo di partito. Guardiamo le tre città che abbiamo analizzato.
A Palermo, ad esempio, osserviamo (tab. 1) che una parte degli elettori che nel 2012 votarono
Miccichè, candidato “dissidente” di centrodestra, oggi si sono spostati su Micari (è il 2,8% dell’intero corpo elettorale che compie questo spostamento). Il movimento contrario ha riguardato
coloro i quali da Crocetta si sono spostati su Musumeci (è l’1,7% del corpo elettorale).
A Catania (tab. 2), dai candidati del centrodestra (Miccichè e Musumeci) a quello del centrosinistra
si sposta, complessivamente, il 3,9% del corpo elettorale, mentre l’1,7% compie il tragitto contrario,
da Crocetta a Musumeci. A Siracusa, infine (tab. 3), il 3,2% del corpo elettorale va da centrodestra a
centrosinistra e il 2,1% compie il movimento opposto.
A questi movimenti si devono aggiungere quelli – che vedremo dopo – in entrata e in uscita dal
bacino di Cancelleri.
Questa osservazione generale sulla fluidità dell’elettorato definisce lo sfondo entro il quale si è
svolta la sfida elettorale di domenica. In questo contesto, la sfida è dunque tra chi riesce ad evitare
la fuga di elettori dal proprio campo e, allo stesso tempo, ad approfittare della mobilità
dell’elettorato siciliano “rubando” voti agli altri bacini elettorali. Vediamo dunque, ad una ad una,
le diverse aree politiche.
Riprendendo quanto già si diceva, dobbiamo anzitutto osservare lo sparpagliamento di quello che
era stato nel 2012 il bacino di Crocetta. Basta dire che, in tutte e tre le città esaminate, la quota di
“fedeli” che si riversano sul nuovo candidato della coalizione di centrosinistra (Micari) è minore di
quella dei “transfughi” che si dirigono verso Cancelleri o verso Musumeci. Abbiamo già notato le
perdite subite in direzione del candidato di centrodestra.
Le perdite più significative subite dal bacino del candidato di centrosinistra premiano il candidato
cinquestelle. Come possiamo osservare nelle tabelle 4, 5, e 6 sui flussi in uscita (si badi bene che
ora poniamo a 100 non l’intero corpo elettorale, ma gli elettori di Crocetta) è più o meno un quarto
dell’elettorato di Crocetta che premia Cancelleri (per la precisione il 23 a Palermo, il 27 a Catania,
il 25 a Siracusa). Ma l’insoddisfazione di chi aveva votato Crocetta cinque anni fa produce anche
una significativa fuga verso il non-voto (il 6% a Catania, il 15% a Siracusa, solo a Palermo – col
3% – questa fuga ha dimensioni contenute).
Il nuovo esponente del centrosinistra Micari riesce a recuperare qualcosa dai bacini di altri candidati
del 2012 (in particolare, da Miccichè e da Marano, candidata della sinistra 2012), ma il saldo finale
rimane decisamente negativo.
Gli elettorati di Musumeci e Cancelleri sono i più fedeli (a Palermo confermano il proprio voto il
51% degli elettori di Musumeci e il 67% degli elettori di Cancelleri, a Catania il 62% e il 68%, a
Siracusa il 74% e il 66%).
Però, a riprova di quanto si diceva in precedenza sulla fluidità dell’elettorato, per entrambi i
candidati maggiori, rispetto al 2012, la crescita dei loro voti non è un semplice ampliamento della
loro base elettorale. Si deve piuttosto parlare di una “ristrutturazione” dei loro bacini
elettorati rispetto al 2012. Per entrambi, infatti, l’ampliamento dei loro bacini rispetto al 2012 è il
risultato di una somma algebrica di entrate (ingenti) ed uscite (più limitate, ma comunque di un
certo peso).
Si prenda, ad esempio, l’elettorato di Cancelleri, osservando le tabelle dei flussi in uscita (tabb. 4,
5, 6, dove sono posti uguale a 100 i voti dei singoli candidati del 2012). Si può vedere che a
Palermo cede voti a Fava (12% di chi lo votò nel 2012), a Micari (14%) e a Musumeci (10%). A
Catania cede l’11% a Fava, l’11% a Micari e il 9% a Musumeci. A Siracusa perdite di un certo peso
favoriscono ancora Micari (16%) e Fava (7%).
Musumeci, invece, perde verso l’astensione quasi un terzo dei suoi voti palermitani del 2012 (29%).
A Catania – dove il suo bacino elettorale si è rivelato più poroso – ha subito perdite verso Cancelleri
(22% dei voti del 2012), verso Micari (13%) e ancora verso l’astensione (9%). A Siracusa la perdita
più rilevante è subita in direzione di Micari. I due principali contendenti della sfida siciliana sono riusciti però a compensare queste perdite con i
guadagni che abbiamo in parte già detto. Oltre a questi, dobbiamo poi notare che entrambi
recuperano quote significative di voti dall’astensione. Guardando i flussi in entrata (tabb. 7, 8 e
9), vediamo che, fatto 100 l’elettorato di Cancelleri 2017, la quota proveniente dall’astensione è il
27% a Palermo, il 5% a Catania e a Siracusa. Ancora più rilevanti i recuperi di Musumeci: fatto 100
l’elettorato di questo candidato nel 2017 vediamo che la quota proveniente dall’astensione è del
27% a Palermo e Siracusa e addirittura del 40% a Catania.
Come è stato in passato notato da alcuni studiosi l’astensione intermittente svolge, in Sicilia, la
funzione di una sorta di voto di preferenza negativo: un segnale di insoddisfazione lanciato alle
forze che detengono il potere. Le analisi sui flussi svolte nel 2012 mostrarono infatti che in
quell’occasione l’astensione penalizzò in modo bruciante il centrodestra. Oggi una parte di quei
(non)voti è tornata al candidato di centrodestra.
Un ultimo punto da segnalare è il fatto che i voti che nel 2012 furono ottenuti dal candidato
“dissidente” di centrodestra Miccichè oggi non si riversano unicamente su Musumeci ma si
disperdono in varie direzioni.
La chiave della vittoria di Musumeci sembra dunque da trovare più nel recupero dell’astensionismo
intermittente che nella ricomposizione di quell’alleanza che la candidatura di Miccichè aveva rotto
nel 2012.


Flussi sul totale dei voti (100 = totale del corpo elettorale)
Tab. 1. Regionali Sicilia. Flussi rispetto alle regionali del 2012. Palermo (flussi sul totale)
Marano Crocetta Cancelleri Miccichè Musumeci Altri Astenuti
Fava 2,2 1,2
Micari 1,6 2,7 1,4 2,8 0,5
Cancelleri 3,5 6,1 1,4 4,0
Musumeci 1,7 1,0 1,2 6,2 4,1
LaRosa
Astenuti 1,4 0,9 2,7 50,7
Fonte: elaborazioni Istituto Cattaneo su dati forniti dai comuni. Nota: per agevolare la lettura non
sono stati indicati i flussi < 0,5 del corpo elettorale. Vr = 8,3.


Tab. 2. Regionali Sicilia. Flussi rispetto alle regionali del 2012. Catania (flussi sul totale)
Marano Crocetta Cancelleri Miccichè Musumeci Altri Astenuti
Fava 0,8 1,0 0,9
Micari 1,8 0,9 2,1 1,8 1,3
Cancelleri 4,5 5,5 2,3 3,1 0,8
Musumeci 1,3 0,8 2,0 7,1 0,5 7,7
LaRosa
Astenuti 1,2 3,4 0,6 1,3 46,3
Fonte: elaborazioni Istituto Cattaneo su dati forniti dai comuni. Nota: per agevolare la lettura non
sono stati indicati i flussi < 0,5 del corpo elettorale. Vr = 7,4. 


Tab. 3. Regionali Sicilia. Flussi rispetto alle regionali del 2012. Siracusa (flussi sul totale)
Marano Crocetta Cancelleri Miccichè Musumeci Altri Astenuti
Fava 1,3 1,4 0,7
Micari 1,2 2,4 1,6 0,9 2,3
Cancelleri 2,4 7,4 2,9 0,7
Musumeci 0,5 2,1 0,6 6,1 0,9 3,7
LaRosa
Astenuti 1,4 1,5 1,8 54,3
Fonte: elaborazioni Istituto Cattaneo su dati forniti dai comuni. Nota: per agevolare la lettura non
sono stati indicati i flussi < 0,5 del corpo elettorale. Vr = 7,4.
Flussi in uscita (100 = elettori di un candidato del 2012)


Tab. 4. Regionali Sicilia. Flussi rispetto alle regionali del 2012. Palermo (flussi in uscita)
Marano Crocetta Cancelleri Miccichè Musumeci Altri Astenuti
Fava 50 4 12 0 0 19 0
Micari 36 27 15 45 2 32 0
Cancelleri 0 35 61 22 0 0 7
Musumeci 8 18 10 19 68 29 7
LaRosa 2 1 2 0 1 3 0
Astenuti 3 14 0 14 29 17 86
Tot 100 100 100 100 100 100 100
Fonte: elaborazioni Istituto Cattaneo su dati forniti dai comuni. Vr = 8,3


Tab. 5. Regionali Sicilia. Flussi rispetto alle regionali del 2012. Catania (flussi in uscita)
Marano Crocetta Cancelleri Miccichè Musumeci Altri Astenuti
Fava 41 8 11 0 3 0 0
Micari 0 15 11 30 13 8 2
Cancelleri 0 38 67 32 22 42 1
Musumeci 0 11 9 29 51 49 14
LaRosa 1 0 1 0 1 1 0
Astenuti 58 28 0 9 10 0 83
Tot 100 100 100 100 100 100 100
Fonte: elaborazioni Istituto Cattaneo su dati forniti dai comuni. Vr = 7,4.


Tab. 6. Regionali Sicilia. Flussi rispetto alle regionali del 2012. Siracusa (flussi in uscita)
Marano Crocetta Cancelleri Miccichè Musumeci Altri Astenuti
Fava 30 14 7 0 5 0 0
Micari 27 24 16 15 25 9 0
Cancelleri 0 25 74 46 4 0 1
Musumeci 12 22 0 9 66 60 6
LaRosa 0 0 3 1 0 8 0
Astenuti 31 15 0 29 0 23 92
Tot 100 100 100 100 100 100 100
Fonte: elaborazioni Istituto Cattaneo su dati forniti dai comuni. Vr = 7,4. 
Flussi in entrata (100 = elettori di un candidato del 2017)


Tab. 7. Regionali Sicilia. Flussi rispetto alle regionali del 2012. Palermo (flussi in entrata)
Marano Crocetta Cancelleri Miccichè Musumeci Altri Astenuti Tot
Fava 54 10 29 0 0 7 0 100
Micari 18 29 16 30 2 5 0 100
Cancelleri 0 23 41 9 0 0 27 100
Musumeci 2 12 7 8 41 3 27 100
LaRosa 13 21 31 0 20 8 6 100
Astenuti 0 3 0 2 5 0 90 100
Fonte: elaborazioni Istituto Cattaneo su dati forniti dai comuni. Vr = 8,3


Tab. 8. Regionali Sicilia. Flussi rispetto alle regionali del 2012. Catania (flussi in entrata)
Marano Crocetta Cancelleri Miccichè Musumeci Altri Astenuti Tot
Fava 27 31 30 0 12 0 0 100
Micari 0 22 11 26 22 1 17 100
Cancelleri 0 27 33 14 19 2 5 100
Musumeci 0 7 4 10 37 2 40 100
LaRosa 8 0 39 0 51 2 0 100
Astenuti 2 6 0 1 3 0 88 100
Fonte: elaborazioni Istituto Cattaneo su dati forniti dai comuni. Vr = 7,4.


Tab. 9. Regionali Sicilia. Flussi rispetto alle regionali del 2012. Siracusa (flussi in entrata)
Marano Crocetta Cancelleri Miccichè Musumeci Altri Astenuti Tot
Fava 34 36 18 0 12 0 0 100
Micari 14 28 19 11 27 1 0 100
Cancelleri 0 18 53 21 3 0 5 100
Musumeci 4 15 0 4 43 7 27 100
LaRosa 0 0 48 7 0 22 23 100
Astenuti 2 2 0 3 0 1 92 100
Fonte: elaborazioni Istituto Cattaneo su dati forniti dai comuni. Vr = 7,4.


Analisi di Rinaldo Vignati (340-3758112)
Hanno collaborato Michelangelo Gentilini, Mario Marino, Roberta Maida 

Nota metodologica
I flussi elettorali sono gli interscambi di voto avvenuti fra i partiti nel corso di due elezioni successive.

Nel nostro caso vengono stimati per singole città sulla base dei risultati delle sezioni elettorali. Si tratta di stime statistiche, e quindi di
misure affette da un certo margine di incertezza. Le nostre analisi sono effettuate «su elettori» e non «su voti validi», al
fine di poter includere nel computo anche gli interscambi con l’area del «non-voto» (astenuti, voti non validi, schede
bianche).
Il mero confronto fra gli stock di voti dei partiti di due elezioni non è sufficiente a spiegare gli spostamenti di voto
effettivamente avvenuti, in quanto mascherano i reali flussi di voto che possono anche produrre saldi nulli.
L’individuazione dei reali flussi elettorali può avvenire mediante due tecniche.
La prima consiste nell’intervistare un campione di elettori sul voto appena dato e sul voto precedente (con i problemi
connessi a tutte le forme di sondaggio elettorale, in questo caso aggravati dalle défaillances della memoria e dalla
riluttanza degli intervistati ad ammettere il loro eventuale astensionismo). La seconda – ed è la tecnica qui utilizzata –
consiste nella stima statistica dei flussi a partire dai risultati di tutte le sezioni elettorali di singole città (la tecnica, detta
«modello di Goodman», non è applicabile sull’intero paese, né su aggregati territoriali troppo ampi, ma può essere
condotta solo su singole città a partire dai risultati delle sezioni elettorali, assumendo che i flussi elettorali siano stati gli
stessi in tutte le sezioni della città, a meno di oscillazioni casuali). L’errore statistico è quantificato dall’indice VR (più è
elevato maggiore è l’incertezza della stima) riportato per tutte le città studiate: nella situazione ottimale questo indice
deve avere valore inferiore a 15. In questo caso il Vr è risultati pari a 8,3 (Palermo), a 7,4 (Catania) e a 7,4 (Siracusa).
I dati relativi a Palermo presentano alcune differenze non sostanziali rispetto alle anticipazioni pubblicate sul “Corriere
della sera” di oggi, 7 novembre 2017, perché in quel caso le stime erano stato realizzate su un campione relativo al 90%
di sezioni della città.

Franceschini: «Ora dobbiamo fare un’alleanza. Come gli avversari»

Condivido la posizione di Dario Franceschini sul Corriere della sera di martedì 7 novembre 2017. 

Questa intervista è un bagno spietato ma necessario di realismo.

Nei collegi non ci saranno alleanze organiche o profondamente fondate. Ma alleanze tattiche e difensive contro le destre e i 5 stelle. Il Pd e la sinistra devono scegliere.


Basta sulle ossessione sulla premiership. Ogni forza politica propone premier chi vuole, tanto sarà il presidente della repubblica e il popolo a scegliere: inutile continuare con finzioni ossessive e fuorivianti, come giustamente dice Calabrese oggi sulla Stampa. 


Comunque primum vivere deinde fisolofari.

http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_07/franceschini-ora-dobbiamo-c7c93d06-c333-11e7-985a-e44f18aa540b.shtml 

 

Intervento del Presidente Emerito Sen. Giorgio Napolitano

 

Pubblico integralmente l'intervento di Giorgio Napolitano al Senato: ognuno faccia le proprie autonome valutazioni!

Intervento del Presidente Emerito
Sen. Giorgio Napolitano

Aula Senato
25 ottobre 2017

Il così controverso iter della nuova legge elettorale ha portato in primo piano esigenze e ragioni non facilmente componibili tra loro, da considerare obbiettivamente e soprattutto non solo in riferimento ad una pur rilevante contingenza come quella di cui parliamo. 

Da un lato, è emersa con forza un'esigenza da tempo presente nell'esperienza e nell'evoluzione della vita pubblica non soltanto in Italia. Parlo della questione della capacità di decisione del sistema democratico, di fronte a cambiamenti epocali che richiedono risposte tempestive e incisive da parte delle leadership di governo. Questione che si acuisce quando si tratti di adottare provvedimenti volti a risolvere problemi di innovazione e cambiamento da troppo tempo sterilmente dibattuti e rimasti irrisolti.

Dall'altro lato, e qui ho ritenuto e ritengo di dover porre un mio personale forte accento, emergono le ragioni dell'equilibrio tra le istituzioni, i poteri e i ruoli propri di ciascuna di esse nell'ambito dei singoli ordinamenti costituzionali e in coerenza con l'assetto europeo. 

Ecco, vorrei che almeno nel prossimo futuro, in diverse condizioni, si discutesse tra le forze politiche e in seno al Parlamento di tali questioni come questioni di interesse generale e di comune responsabilità politico-istituzionale. 

Ma si può far valere l'indubbia esigenza di una capacità di decisione rapida da parte del Parlamento fino a comprimerne drasticamente ruolo e diritti sia dell'istituzione sia dei singoli deputati e senatori? 

L'interrogativo è sorto in concreto nelle ultime settimane con la posizione della fiducia, da parte del governo, sulle parti sostanziali del testo prima che si aprisse in aula alla Camera il confronto sugli emendamenti all'articolo 1. Ma, mi domando, al di là delle opposte posizioni espresse a quel proposito dalle forze politico-parlamentari, esiste o no un dilemma di carattere generale da discutere insieme? 

E il dilemma non è: fiducia o non fiducia, anche perché non è mai stata affrontata, neppure dinanzi alla Corte, una obiezione di incostituzionalità della fiducia. 
C'è però stato, nell'esperienza italiana, ricorso alla fiducia in occasioni e in modalità molto diverse tra loro. Quali forzature può implicare e produrre il ricorso a una fiducia che sancisca la totale inemendabilità di una proposta di legge estremamente impegnativa e delicata?

E' questo il punto che ho sollevato con le riserve e posizioni espresse nella vicenda concreta che sta ormai concludendosi in sede parlamentare. è questo che mi premeva assai più che auspicare qualche modifica del testo. In effetti, l'auspicio che si eliminasse l'ultima sopravvivenza della legge Calderoli promulgata nel 2005 non partiva da presunzioni di incostituzionalità della clausola relativa alla indicazione, in sede di procedimento elettorale, dei nomi del "capo della forza politica" e soprattutto del "capo della coalizione". 

Quell'auspicio partiva dall'esperienza da me fatta co
me Presidente della Repubblica degli equivoci che di lì erano scaturiti sul piano degli equilibri costituzionali, adombrando un'elezione diretta del Presidente del Consiglio. 

Il punto critico era dunque ai miei occhi quello, ripeto, della totale inemendabilità della proposta di nuova legge elettorale. 
Ora, sia chiaro, e non dovrebbe esserci necessità di ricordarlo, nessuno più di me poteva auspicare, all'unisono con il Presidente Mattarella, l'approvazione da parte del Parlamento, la più largamente condivisa, di una nuova legge elettorale. Questa, per circostanze ben note, era divenuta urgente, anche se dovremmo essere consapevoli dell'anomalia di troppi, frequenti cambiamenti in Italia di una disciplina che dovrebbe essere, ed è generalmente in Europa, costante per un lungo periodo. E non essere rivista alla vigilia di elezioni politiche generali. 

Siamo sicuri che quella ora in votazione abbia un fondamento sufficientemente solido da proiettarsi in un orizzonte di ragionevole durata?
Ben prima di essere eletto Presidente, e poi nell'esercizio del mio mandato, avevo sollecitato e poi assunto come obbiettivo fondamentale nell'interesse del Paese l'adozione sia di una nuova legge elettorale sia della riforma della seconda parte della Costituzione.

Ma mi trovai dinanzi a un nulla di fatto, in tutta la legislatura 2008-2013, nonostante la formale condivisione di quegli obbiettivi da parte di partiti di entrambi gli schieramenti e a dispetto di promesse fatte e non mantenute. 
Nel merito, ho apprezzato la scelta di fondare la nuova legge elettorale su un mix di proporzionale e maggioritario, nella scia della legge Mattarella del 1993, dalla quale sarebbe stato coerente mutuare anche la netta distinzione tra le candidature nei collegi e quelle nelle liste dei partiti. Davvero, non un semplice tecnicismo.
Infine, singolare e sommamente improprio ho giudicato il far pesare sul Presidente del Consiglio la responsabilità di una fiducia che garantisse la intangibilità della proposta in quanto condivisa da un gran numero di partiti. 

Il Presidente Gentiloni, sottoposto a forti pressioni, ha dovuto aderire - e me ne rammarico - a quella convergente richiesta, proveniente peraltro da quanti avrebbero potuto chiedere il ricorso alla fiducia non già su tutte le parti sostanziali della legge, ma sui punti considerati determinanti, cosa che non ebbero la lucidità o il coraggio di fare.
E in definitiva ho compreso la difficoltà in cui si è trovato un Presidente del Consiglio che ho stimato e stimo per il modo in cui ha guidato e guida il Paese rafforzando la posizione dell'Italia come interlocutore valido sul piano europeo e internazionale.
Altro tema generale che si è, in rapporto a questa vicenda, ripresentato e resta per tutti noi da meditare è quello del come contrastare forme di ostruzionismo dilatorio o paralizzante in Parlamento. 

Il tema è stato oggetto di una lunga storia in Italia, attraverso efficaci interventi già negli anni della Presidenza Iotti alla Camera. In verità su quella strada si sarebbe potuto andare più avanti se non fossero, ad esempio, rimasti sempre nel cassetto i progetti di riforma dei regolamenti parlamentari. Ma è corretto sostenere che ormai una linea anti-ostruzionistica può affidarsi solo a mezzi estremi, come il vanificare ogni ricorso all'istituto del voto segreto e il negare ogni libero confronto emendativo? E ciò a prezzo di qualunque costrizione di diritti e di ruolo del Parlamento e dei singoli parlamentari? Conviene che ci pensiamo bene tutti.

Si sa bene qual è stata la mia identificazione, potrei dire per un'intera vita, con la causa del fondamento parlamentare della nostra democrazia costituzionale. Ma è stato per me essenziale e tale resta la necessità, in pari tempo, di misure e comportamenti miranti a una maggiore funzionalità, efficienza, produttività nello svolgimento dei lavori parlamentari anche attraverso lo sveltimento e la credibilità dei tempi dell'esame di ogni provvedimento nelle Camere. Senza che il Parlamento stesso esorbiti dalle sue funzioni.

Tutto questo è essenziale anche per contrastare rigurgiti di una campagna anti-parlamentaristica che conta tristi precedenti storici in Italia.
Al punto in cui siamo, occorre guardare avanti, alla necessità di salvaguardare due beni vitali per l'Italia: la stabilità di governo e lo sviluppo di una funzione assertiva e costruttiva del nostro Paese nel processo di integrazione e unità dell'Europa cui è legato fondamentalmente il nostro comune futuro. 

Più in generale vorrei richiamare il modo in cui nell'estate 2011 cercai di trarre le principali lezioni dall'esperienza del Centocinquantenario dell'Unità d'Italia. Lo feci parlando a una vasta assemblea di giovani, nel contesto indipendente del Meeting di Rimini. Mi impegnai lì in un discorso di ampia prospettiva, oltre i tradizionali steccati politici: occorre mirare, dissi, a un grande sforzo collettivo - nato da un comune esame di coscienza - come quello da cui scaturì, dopo la Liberazione dal nazifascismo, la ricostruzione democratica, materiale e morale del nostro Paese. Cui si accompagnò la salvaguardia dell'unità nazionale messa in questione da impulsi separatisti e da pressioni di paesi confinanti. 

Ancora adesso è la stessa drammaticità delle sfide, aggiunsi, del nostro tempo a rappresentare la molla per procedere in quella direzione. 
Si richiede però più oggettività nelle analisi e nei giudizi, più apertura e meno insofferenza verso le voci critiche e le opinioni altrui. 
C'è da risalire la china della sedimentazione, in questi decenni, nella sfera della politica, di chiusure, di faziosità, di derive verso meri scontri di potere, e anche di personalismi dilaganti come non mai in seno ad ogni parte.

La prospettiva, ribadisco oggi, non può essere che una: un nuovo senso di comune responsabilità, al di là delle alterne vicende della competizione politica democratica, e quindi della collocazione, in ciascun periodo, dei singoli partiti in maggioranza o all'opposizione. Solo così possiamo fare i conti con la vera e propria crisi di sistema che stiamo vivendo, in Italia e altrove. 

Come ha di recente scritto uno dei nostri maggiori studiosi e analisti dei fondamenti e dei percorsi della politica, ci dibattiamo in quello che è perfino, in qualche modo, un "nuovo caos", di fronte a fenomeni come il prevalere delle "particolarità dei sentimenti e delle passioni", di psicosi di allarme e paura e di istinti di autodifesa: quasi che - secondo le parole dello studioso - "la democrazia stesse perdendo la ragione", e perdendo così irrimediabilmente se stessa.

E' dunque il momento di sollevare lo sguardo dallo scontro quotidiano, dalle sue angustie e dalle sue nevrosi di "fine legislatura".
In questo spirito mi pronuncio, con tutte le problematicità e le riserve che ho cercato di motivare, per la fiducia al governo Gentiloni, per salvaguardare il valore della stabilità, per consentire, anche in questo scorcio di legislatura, continuità nell'azione per le riforme e per una più coerente integrazione europea, e mi pronuncio per la fiducia per sostenere scelte del Presidente del Consiglio fondate sulle prerogative attribuitegli dalla Costituzione e dalle leggi.

 

La crescita si consolida, ma gli italiani non si accorgono della ripresa

Tra le moltissime paure e ansie per motivi quali immigrazione, la mancanza di lavoro ecc., che sedimentano nelle famiglie italiane e in Europa, all'uscita dalla crisi, credo che l'analisi proposta dal Corriere sull'andamento dei redditi reali sia una spiegazione molto forte e molto concreta dell'attuale disagio sociale.


Corriere del 22 settembre 2017 http://www.corriere.it/economia/17_settembre_21/ma-italiani-non-si-accorgonodella-ripresa-616979f2-9f04-11e7-8e38-5c41d07827be.shtml

 

 

 

In vista dei congressi di ottobre

 

Agli inizi di ottobre ci saranno i congressi delle Federazioni che secondo me dovrebbero avere molteplici fini: dove siamo andati alle elezioni lo scorso anno e questo, capire le motivazioni delle vittorie e, nel purtroppo maggior numero, delle sconfitte, occorrerà in quei luoghi (tra cui Torino, Asti, Alessandria...) vere e proprie conferenze programmatiche di territorio sulle questioni dello sviluppo locale, delle questioni sociali aperte ecc.
Tutti i congressi di tutte le federazioni però, dovranno aggiornare l'analisi politica rispetto al congresso nazionale già passato e che sembra già lontanissimo, e prepararsi alle elezioni, affrontando in corsa problemi di riorganizzazione del partito. Abbiamo una questione aperta col nazionale perchè l'indicazione di considerare come gli aventi diritti al volo solo gli iscritti "estivi" da luglio a metà settembre 2017, restringe paradossalmente la base congressuale.
In direzione regionale chiederemo di considerare aventi diritto al voto anche gli iscritti 2016 e, per le federazioni che lo vogliono, organizzare anche elezioni primarie. Sarebbe un grave errore considerare l'organizzazione locale del partito più o meno come abbiamo considerato le elezioni amministrative.
Cosa minore, secondaria, che non rappresenta la realtà nazionale. A meno di avere del partito moderno una visione astratta, verticistica, politicista... sorda alla ricchezza delle realtà sociali, alla multiforme esperienza dei territori italiani, all'emergere di nuovi gruppi dirigenti locali.
Questa è davvero un'idea non vecchia, ma arcaica.
 
 

 

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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