“Prendendo le mosse dalla relazione che Elly Schlein ha tenuto oggi all’Assemblea nazionale del PD, colpisce non tanto ciò è stato detto quanto, forse, ciò che è rimasto sullo sfondo. Al centro del discorso sono emersi l’unità del partito, la costruzione dell’alleanza progressista, le mobilitazioni sociali, la critica al governo, il programma comune e la prospettiva delle prossime elezioni. Sullo sfondo sono rimasti i grandi processi geopolitici che stanno ridefinendo il quadro mondiale: la crisi dell’ordine internazionale, la minaccia russa, la competizione tra grandi potenze, il tradimento di Ucraina ed Europa da parte di Trump, la ridefinizione dei rapporti transatlantici, la questione della difesa europea, il ruolo della Cina e le conseguenze strategiche dei conflitti in corso.
È proprio a partire da questa osservazione che la formula della rottura epistemologico-politica si rivela la più utile ed efficace ad interpretare la mutazione che il Partito Democratico ha subito ad opera della segretaria Elly Schlein. Non si tratta infatti soltanto di una diversa linea politica o di un normale ricambio della leadership. La questione è più radicale: il gruppo dirigente schleiniano ha introdotto un differente modo di leggere la società, il conflitto politico e il ruolo stesso del partito. In altre parole, è cambiato il paradigma cognitivo-interpretativo della realtà.
Il PD nato nel 2007 non era semplicemente una nuova organizzazione politica. Era il tentativo di costruire una nuova cultura politica italiana. Nelle diverse elaborazioni che si sono espresse e succedute, esso si fondava sull’idea che la distinzione tra destra e sinistra dovesse essere reinterpretata senza essere esasperata e radicalizzata, che una società complessa richiedesse strumenti di mediazione tra interessi plurali, che il riformismo fosse il metodo ordinario dell’azione politica, che la vocazione al governo dovesse precedere la testimonianza identitaria e che europeismo, atlantismo ed economia sociale di mercato costituissero il quadro strategico entro il quale collocare l’iniziativa politica. Soprattutto, il nuovo partito nasceva con l’ambizione di rappresentare la maggioranza del Paese e non soltanto una sua parte culturale o sociale.
Quella cultura politica era il risultato dell’incontro tra socialismo riformista, tradizione cattolico-democratica e liberalismo sociale. Il suo concetto chiave era la mediazione come metodo di un partito a forte funzione nazionale. Governare significava comporre interessi diversi, costruire sintesi, produrre riforme sostenibili e verificare la propria identità nella prova del governo più che nell’estremismo identitario delle parole d’ordine.
La nozione di rottura epistemologico-politica diventa pertinente perché l’attuale gruppo dirigente ha sostituito quel sistema di categorie con un altro. Al centro non vi sarebbe più la mediazione ma il conflitto; non la vocazione maggioritaria ma la costruzione dell’unità della coalizione della sinistra massimalista-populista; non la ricerca di sintesi trasversali ma l’identificazione di blocchi politico-sociali contrapposti; non la centralità del governo ma quella delle mobilitazioni sociali; non un partito a forte ambizione interclassista ma una più marcata caratterizzazione identitaria della sinistra.
La rottura è dunque epistemologica prima ancora che politica, perché modifica le categorie attraverso cui viene interpretata la realtà. Nel PD delle origini la domanda fondamentale era come costruire una maggioranza nazionale capace di governare interessi diversi e spesso contrastanti. Nella cultura politica oggi prevalente nel partito la domanda sembra piuttosto essere quali soggetti sociali e politici possano aggregarsi per costruire un fronte della sinistra identitaria alternativo al blocco conservatore della destra. Si tratta di due domande profondamente diverse, che producono linguaggi diversi, priorità differenti, differenti politiche di alleanza e perfino un diverso modo di concepire la leadership.
Per questa ragione il dissenso dei riformisti non può ridursi a una normale dialettica interna tra linee politiche differenti. Essi sono chiamati a difendere non soltanto una diversa linea politica, ma una diversa concezione del partito e della politica stessa, che ispirava il PD delle origini: centralità del governo, cultura delle compatibilità, riformismo pragmatico, partito interclassista, dialogo con il centro sociale del paese ed europeismo inteso non soltanto come appartenenza ideale ma anche come progetto politico e strategico.
Da questo punto di vista, i riformisti devono essere i custodi della matrice culturale originaria del Partito Democratico. Non necessariamente perché ne rappresentino l’espressione più fedele, ma perché continuano a muoversi entro quel quadro concettuale mentre il gruppo dirigente schleiniano appare orientato verso un diverso sistema di riferimenti e di categorie cognitive.
Naturalmente, i sostenitori di Elly Schlein sostengono di non avere affatto abbandonato la vocazione di governo e di voler semplicemente correggere una lunga deriva moderata del partito, restituendogli una più chiara identità di sinistra senza rinunciare alla contendibilità del governo del Paese.
Tuttavia, mi sento di ribadire che il concetto di rottura epistemologico-politica conserva una sua forza interpretativa perché consente di spostare l’attenzione dal terreno delle singole proposte a quello delle categorie di giudizio. La questione decisiva, infatti, non è soltanto quali politiche adottare, ma quali strumenti concettuali utilizzare per comprendere il mondo contemporaneo nello snodo storico che stiamo attraversando.
Ed è qui che emerge un primo esempio particolarmente significativo. La cultura riformista tradizionale attribuisce generalmente un primato alla politica estera rispetto alla politica interna. Non nel senso che le questioni sociali siano meno importanti, ma nel senso che le possibilità stesse della politica nazionale vengono oggi determinate dagli equilibri internazionali. I prezzi dell’energia, la competizione tecnologica, le catene globali del valore, la sicurezza europea e la minaccia russa, il ruolo degli Stati Uniti, l’ascesa della Cina, il riassetto del Medio Oriente e la guerra in Ucraina incidono direttamente sui salari, sull’occupazione, sulla spesa pubblica, sulle politiche industriali e perfino sulla tenuta delle democrazie occidentali.
In questa prospettiva, comprendere il mondo significa anzitutto comprendere i rapporti di forza e le azioni di potenza che lo strutturano. La politica interna tende sempre più a essere una conseguenza della politica estera. Se invece il baricentro dell’analisi viene collocato prevalentemente nei conflitti sociali interni, nelle mobilitazioni e rivolte sociali, nelle disuguaglianze e nelle dinamiche del consenso nazionale, allora cambia il quadro cognitivo entro cui la realtà viene interpretata.
Per questo motivo la discussione sul PD non riguarda soltanto la scelta tra differenti politiche pubbliche. Riguarda qualcosa di più profondo: quali categorie interpretative debbano guidare la comprensione della realtà contemporanea e, di conseguenza, l’azione politica. È precisamente in questo senso che si può parlare, con una certa precisione concettuale, di una vera e propria rottura epistemologico-politica tra il PD delle origini e il PD della stagione schleiniana.”




