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Magda Negri

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Sole 24 Ore, 25 agosto 2007 - Intervista a Rosy Bindi - a cura di Alberto Orioli

«Programmi? Ma fare un nuovo partito è di per sé un programma: è una cosa da prendere sul serio. Le sembra poco? Dovrà essere utile al Paese, essere veramente plurale, e non potrà nascere per fusione di nomenklature decise a Roma. Deve interpretare e guidare la modernità. Deve soprattutto ridare peso alla politica che negli ultimi 20 anni è diventato un potere debole, imprigionato soprattutto nella difesa degli interessi, ripiegato sulle corporazioni e su piccoli egoismi. Invece serve un indirizzo forte per le politiche pubbliche che pensi all'interesse generale, al Paese».

Rosy Bindi, 56 anni, candidato alle primarie per il Partito democratico, sceglie lo sguardo lungo ma non rinuncia alle ruvidezze contingenti di una campagna elettorale volutamente aggressiva: «Un partito nuovo, soprattutto, non deve dare la sensazione di nascere per sostituire un premier e per fare un nuovo Governo».

Lei legge così la discesa in campo di Veltroni al Lingotto?
«Si è corso il rischio che la nascita del Pd avesse come conseguenza
il ritiro del sostegno al Governo Prodi. Il tono del discorso di
Torino era quello di un candidato premier. "Eccomi, sono pronto"
sembrava dire. L'Esecutivo era in difficoltà, il clima era pessimo,
non c'era ancora l'accordo sul welfare. Ora va già meglio, la
reiterazione delle intercettazioni telefoniche ha smesso di essere un
genere di consumo giornalistico e l'accordo con le parti sociali è
stato molto importante».

Cosa deve fare il Pd come primo atto?
«Esplicitare la fiducia a Prodi e rilanciare il programma».

Torniamo ai programmi. Lei parla di politiche pubbliche da
recuperare. Ma pesa il tema del fisco oppressivo.
«L'efficienza delle politiche pubbliche, quelle che permettono al
cittadino di utilizzare servizi utili e di qualità, è l'unica strada
che può invertire il sentimento di anti-politica e contrastare la
campagna contro il fisco. I contribuenti devono sapere perché pagano
le tasse. È un po' come per i costi della politica: non sono
aumentati, ma la gente percepisce la politica solo come costo. Non ne
vede l'utilità. Ecco: il Pd dovrà affrontare anche questa sfida».

Per ora la sfida - e vale anche per il futuro Pd - è fiscale e
riguarda la prossima Finanziaria. Il Governo deve tagliare le spese.
«Non voglio essere ipocrita. Secondo me la spesa pubblica è
difficilmente comprimibile: non spendiamo più di altri Paesi europei,
certo c'è uno squilibrio sulle pensioni ma per le famiglie e gli
ammortizzatori sociali il rapporto con il Pil è inferiore alla media
Ue. La vera differenza è l'efficienza: dobbiamo recuperare
l'efficienza della spesa pubblica. La sfida è questa».

E le tasse? Si schiera con il partito del fisco punitivo?
«No. Mi schiero con l'Europa. Dobbiamo avere l'Europa a modello. Sia
nella tassazione sulle rendite sia per quella delle persone e delle
imprese, sia nella lotta all'evasione. Non sono d'accordo con i toni
da crociata. Serve razionalità. Ma i tempi sono fondamentali: un
nuovo partito deve avere orizzonti lunghi, strategici».

Dunque la tassa sulle rendite non va fatta ora?
«È vero che è nel nostro programma, ma trovo bizzarro l'aut aut
estivo».

Qual è l'Italia che deve realizzare il Partito democratico?
«Credo che debba farci ritrovare l'orgoglio di essere italiani, farci
superare un certo complesso, certe insicurezze e anche le troppe
frammentazioni. Penso che il nostro Paese debba tornare ad avere
mobilità sociale, a recuperare i ritardi rispetto alla
modernizzazione. Oggi l'Italia è bloccata: nelle infrastrutture,
nella ricerca, nel welfare. E più disuguale: il Sud è diventato più
Sud, i poveri sono più poveri. Qualcosa stiamo facendo e qualcosa
avevamo cominciato a fare nel primo Governo Prodi. Ma il Paese è
comunque fermo. Un'Italia di vecchi, senza figli, senza energia
vitale. È questo il tema».

E come si affronta?
«Liberalizzando e modernizzando i servizi. Dobbiamo investire sui
giovani, le donne e la famiglia. Due proposte concrete: la riforma
della legge sui congedi parentali, per renderla più flessibile, dando
più ruolo anche ai padri e investendo maggiori risorse pubbliche e
private. E poi è arrivato il tempo di creare una dote per ogni
bambino che nasce, in parte utilizzabile subito come assegno al
nucleo familiare e in parte da mettere a disposizione dei figli
quando saranno maggiorenni».

Per farlo servono risorse e consensi. Un po' come per attuare il
protocollo sul welfare appena firmato. Rifondazione lo vuole
riscrivere. Lei cosa farà in Parlamento?
«Lo voterò. Credo che il Governo e le parti sociali abbiano fatto un
buon lavoro. È un primo importante passo, altri ne dobbiamo fare. Li
dobbiamo fare con questa maggioranza: allargare il consenso in
Parlamento e nel Paese in ogni caso, su temi così strategici, è una
cosa saggia. Se poi il Prc si è messo su una strada come quella delle
35 ore allora deve sapere chiaramente che le conseguenze saranno
peggiori di quelle del `98: non ci sarà un nuovo governo, ci saranno
le elezioni e certo non correremo più con il Prc».

Giordano ha detto che quell'accordo va cambiato e Damiano ha
avvertito: la corda si spezza.
«Voglio uscire da eventuali nebulosità: la lotta al precariato dovrà
essere un obiettivo strategico del Pd. Non è una condizione che la
società può difendere».

Ma spesso c'è una retorica del precariato che chiama così anche
quella flessibilità che ha creato anche in Italia forme di
occupazione prima o inesistenti o sommerse.
«Sia chiaro il linguaggio è sostanza: la flessibilità è un valore, il
precariato no. Io c'ero nel primo Governo Prodi quando abbiamo
approvato il pacchetto Treu. L'ho sostenuto con convinzione e
continuo a farlo. Considero le parole usate questa estate da Caruso
verso Biagi e Treu inqualificabili: primo perché violente secondo
perché sbagliate nel merito. Detto questo, non credo che l'Italia
possa permettersi di avere 5 milioni di precari che non sanno cosa
possa capitare loro l'indomani. È singolare: il 900 è stato il secolo
della grandi conquiste del lavoro arrivate a esplicitare in
Costituzione il diritto alle ferie, mentre il nuovo millennio si apre
con un ritorno al passato. È evidente che quei diritti vanno
declinati in un modo diverso: prima si pensava al lavoro su scala
domestica, ora l'orizzonte dev'essere il mondo. Sono disponibilissima
a trovare soluzioni moderne, ma all'interno di una cornice che dia
valore al diritto al lavoro innanzitutto come diritto alla
partecipazione di una persona all'attività umana».

In concreto, significa che bisogna trasformare in contratti a tempo
indeterminato tutti i cosiddetti precari?
«Detta così è brutale. Credo però che il concetto di sicurezza non
debba essere relegato solo all'ordine pubblico. Investe la vita
intera, il futuro. Io credo che il Partito democratico debba poter
dire che vogliamo riscattare la precarietà delle persone. Stiamo
buttando via un capitale umano straordinario: i nostri giovani. È uno
spreco e un'ingiustizia: credo che la riforma del welfare - e abbiamo
cominciato ad agire in questa direzione - oltre che verso la
previdenza debba concentrarsi sull'oggi, sulle politiche per la casa
alle coppie giovani, sulla formazione, su nuove tutele nei periodi di
disoccupazione tra un lavoro e un altro. Un orizzonte a termine è
demotivante e dovrebbero capirlo anche gli imprenditori».

Lo dice anche Rifondazione.
«Ma vuole risolvere il problema con vecchi schemi ideologici, con un
atteggiamento massimalista. Noi dobbiamo porci il problema e
ragionare anche sul fatto che un sistema moderno di welfare non può
dipendere solo dal diritto al lavoro e pesare solo sul costo del
lavoro. Credo che occorra trasferire alla fiscalità generale parte di
questi oneri. Questo è il Governo che ha diminuito il costo del
lavoro finalizzando gli sconti alla stabilizzazione dell'occupazione;
penso sia la strada giusta. Continueremo a ridurre quegli oneri
affinchè su quel costo non pesino la salute, la casa, la maternità,
la famiglia, la formazione, e parte della previdenza. È evidente che
però a questa redistribuzione fiscale devono partecipare tutti. E le
tasse si devono pagare».

A chi pensa? Agli autonomi?
«No. Penso davvero a tutti, imprese comprese. Quanto agli autonomi
credo che non debbano essere visti come l'enclave degli evasori per
poi essere considerati figli di un Dio minore nel sistema delle
sicurezze. Anzi, occorre anche per loro un percorso di inclusione nel
welfare. Oggi sono penalizzati nell'accesso ai servizi dello Stato
sociale o per esclusioni esplicite o per tortuosità burocratiche
nella pratiche di ingresso. Non credo che il costo dei figli o
l'assistenza di genitori non autosufficienti siano meno gravosi per
una famiglia di un artigiano rispetto a quella di un lavoratore
dipendente».

Corre per vincere?
«Certo. Mi dedico a queste primarie con molto impegno. L'ho preso
molto sul serio: credo che fare un partito nuovo sia un'occasione
unica. Non voglio essere ingenerosa verso la stagione dei Popolari
prima e della Margherita poi, ma per noi, dopo la Dc, un partito vero
non è più esistito. Per i Ds è diverso: loro hanno avuto una
continuità dentro la loro forma partito. Ed è per questo che oggi
mostrano una tentazione egemone e tenderebbero a considerarci
automaticamente dei numeri due. Io non ho meno spirito ulivista di
Veltroni e rifiuto la logica dei numeri due.

E se arrivasse seconda, salterebbe il ticket Veltroni Franceschini?
«No comment. Dico solo che mi sono candidata proprio quando è stato
annunciato il ticket. Figuriamoci se mi potrebbe bastare farne parte».

 

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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