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Magda Negri

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Il numero delle proposte di legge riguardanti la disciplina interna dei partiti politici da tempo è in aumento.


Già in Assemblea Costituente autorevoli esponenti premettero per sottoporli «a sistemi e metodi di libertà» (Mortati), anche se si decise di non intervenire alla luce delle peculiari contingenze storico-politiche.

In questa legislatura sono stati presentati 6 progetti al Senato, 8 alla Camera. Ma oggi serve una disciplina sui partiti politici? L'articolo 49 della Costituzione poco dice sul punto, se non che i cittadini hanno diritto di associarsi in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Il riferimento al «metodo democratico» si è tradotto in un obbligo di rispettare il pluralismo politico, non in un vincolo per la struttura interna. Di conseguenza, i partiti hanno ricoperto un ruolo pubblico nonostante la loro natura privatistica, analoga a qualsiasi altra associazione: sono stati talmente determinanti nell'influenzare le dinamiche della forma di governo e i procedimenti decisionali, da venire formalmente riconosciuti sia dallo stato, attraverso il finanziamento pubblico, sia dalla Corte costituzionale. Ma si può ancora tollerare che questi attori di primo piano della nostra democrazia possano scegliere di non essere democratici? La risposta è negativa: la ricerca di nuove identità e strutture non può più ignorare la necessità di un più elevato tasso di democraticità. Gli interventi correttivi si possono articolare lungo tre linee direttrici, con diverse varianti.
1. I contenuti degli statuti: statuto-tipo o requisiti minimi di democraticità? Predisporre un modello di statuto potrebbe essere una soluzione solo se i nostri partiti fossero simili fra loro, ma poiché non lo sono, meglio evitare di calare una camicia di nesso. Dei requisiti minimi sono però necessari, almeno per quanto riguarda le procedure per l’iscrizione e l’espulsione, la tutela delle minoranze, i rapporti con le articolazioni territoriali e il rispetto delle pari opportunità. Qui mi fermerei. Alle singole forze politiche la scelta di individuare poi le varianti più adatte alle loro peculiarità.
2. La selezione delle candidature. Visto che si tratta della funzione pubblica di gran lunga più im-portante che svolgono, è necessario un intervento più netto. Gli iscritti e/o gli elettori devono poter scegliere anche prima delle elezioni, per cui le primarie sono la via maestra. Senza alcun tipo di consultazione, niente rimborsi. Escludere i partiti che rimangono chiusi non è un'ipotesi costituzio-nalmente legittima. Evitare di finanziarli sì.
3. Il finanziamento pubblico. Prima di tutto va eliminata l'ipocrisia di fondo: il finanziamento diretto formalmente non c'è più, di fatto esiste ancora sotto forma di rimborsi elettorali, gonfiati a dismisura e assegnati a pressoché tutte le forze politiche. Bisogna separare: i rimborsi (veri) spettano a tutti, i finanziamenti solo ai partiti che entrano in Parlamento. E finanziamenti privati: trasparenti come i bilanci dei partiti, che adesso non lo sono.
Quindi una legge sui partiti serve: leggera sugli statuti, pesante per la selezione delle candidature. Accanto ad una razionalizzazione del sistema di finanziamento che elimini ipocrisie ed opacità.

Massimo Rubechi, Dottore di ricerca di diritto costituzionale all'univesrità di Bologna, membro del Direttivo nazioanle di LIBERTAEGUALE, analizza gli scenari del voto anticipato [da www.i-com.it].

 

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Così come Syriza in Grecia non era il futuro profetico per la sinistra italiana, così non dobbiamo considerare che la sconfitta di Miliband in Inghilterra sia esattamente trasponibile nel dibattito della sinistra italiana. In Inghilterra ha pesato potentemente lo straordinario successo del partito nazionalista scozzese. Non facciamo equazioni troppo semplici. In Italia aspettiamo l’esito delle elezioni amministrative. Credo andranno bene, anche se peserà la disaffezione degli elettori vrso le elezioni locali. La formazione delle liste in Campania è il simbolo di un grave problema che si sta determinando nel PD: non basta imbarcare tutti per vincere. Bisogna vincere lealmente, con persone presentabili.

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